2150 farenheit

A 2150 gradi Farenheit fonde la ghisa
anno 9 - maggio giugno 2000 - n. 2

Direttore Antonio Aldrighetti Direttore Responsabile Enzo Righetti Coordinamento Maria Luisa Perini

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L'autonomia: un bene irrinunciabile

Intervista al Segretario Regionale della CISL del Veneto Franco Sech dall’intervista pubblicata sull’"Adige" il 26.05.2000 di Giancarlo Montagnoli

Quale è il giudizio sulla attuale fase della Cisl, in particolare sull’esposizione politica di D’Antoni?

"La nostra opposizione alla Finanziaria di D’Alema era motivata dal neocollateralismo della Cgil. All’epoca D’Antoni aveva visto giusto tanto è vero che adesso anche Cofferati riconosce che c’è un problema sul fisco e sul rischio d’inflazione. Nelle ultime settimane, però, c’è stato un eccesso del nostro Segretario sul piano del protagonismo politico. Quando ne abbiamo parlato in Esecutivo nazionale, si era limitato a chiederci di fare una valutazione congiunta di una sua eventuale scelta, tutta personale, di andare in politica. L’abbiamo tutti invitato alla cautela. Ma ci siamo trovati di fronte ad una interpretazione che va oltre le righe. Passati i referendum questo aspetto va chiarito: se D’Antoni vuole fare politica deve lasciare la Cisl".

Tutto è cominciato con la costruzione del Forum delle associazioni cattoliche, una specie di prova generale per la ricostruzione del centro politico.

Anche in questo caso, è giusta l’analisi, ma sono più cauto sulla prognosi perché sono convinto che la Cisl non può fare supplenza ai partiti. E’ strategica l’alleanza tra forze della società civile per far fronte al crescente movimento di opinione che vuole eliminare tutti i corpi intermedi, come era nell’idea dei referendari, ma l’operazione non deve essere di respiro troppo breve e tutta proiettata sulla politica.

Non c’è il rischio che l’identità della Cisl sia tutta assorbita dal mondo cattolico a scapito del pluralismo interno? Sembra, ad esempio, che ci sia un certo distacco degli intellettuali.

E’ un dato di fatto che il mondo cattolico è stato protagonista dell’associazionismo civile più della sinistra storica, che ha puntato di più sullo stato. Ma la vicinanza della Cisl al mondo cattolico non ha prodotto cambiamenti interni. Anzi si può dire che, mentre in passato proprio da lì, oltre che dal volontariato nei posti di lavoro, provenivano molti sindacalisti della Cisl, oggi quel serbatoio si è in parte inaridito. I giovani sindacalisti hanno fatto il loro apprendistato preferibilmente lavorando in settori come il patronato, la consulenza fiscale, il sindacato inquilini o altri servizi di questo tipo. Chi arriva attraverso questa strada è certo che ha motivazioni diverse da quelle che avevo io quando ho cominciato. Gli intellettuali, poi, sono sensibili alle mode e oggi attira più il mondo dell’impresa che quello del lavoro dipendente. Diciamo che il sindacato soffre di una certa inattualità.

Qual è lo stato di salute della Cisl in Veneto?

E’ abbastanza buono. Ogni anno dobbiamo fare circa 35.000 iscritti nuovi per mantenere gli attuali 383.882 iscritti. Quest’anno, per la prima volta dopo parecchio tempo, il saldo tra chi se ne va e i nuovi iscritti è positivo per quanto riguarda i lavoratori attivi: abbiamo fatto 4.000 iscritti in più tra i pensionati e 1.000 tra gli attivi. Il merito di questo successo va alle nostre proposte che sono state giudicate più credibili. Ci ricordiamo tutti la discussione sulle pensioni di qualche mese fa, quando praticamente da soli abbiamo difeso le scadenze previste dalla riforma Dini. Ma più ancora vale quello che si fa sul territorio e nei posti di lavoro. Molto meno servono gli spot ed i protagonismi televisivi.

Ricerche recenti hanno, però, sottolineato che in Veneto i salari sono più bassi che in altre regioni del nord, come la Lombardia: non è una accusa al sindacato?

Innanzitutto, si è chiarito una volta per tutte che per chi vuole investire il problema non è il costo del lavoro ma il funzionamento della pubblica amministrazione, i servizi alle imprese, le infrastrutture. E poi, se le cose stanno così, vuol dire che ci sono gli spazi per chiedere aumenti salariali nella contrattazione aziendale, soprattutto legati all’andamento dell’azienda.

Gli industriali veneti sono stati tra i protagonisti della recente elezione di D’Amato in Confindustria: vuol dire che anche in Veneto cambierà aria sulla concertazione?

In un recente incontro ci è stato riconfermato l’impegno ad un lavoro comune soprattutto riferito al rilancio dell’organismo bilaterale della formazione e al miglioramento delle condizioni degli immigrati. Non cambia, quindi, la volontà di fare pressing insieme sulla Regione.

A proposito di Regione: come vi state preparando al confronto con al nuova Giunta?

Abbiamo predisposto con Cgil e Uil un documento unitario su tre punti: la valorizzazione delle risorse umane, la realizzazione delle infrastrutture materiali e immateriali, lo stato sociale sul territorio. In altre parole, formazione, strade, servizi alle imprese, ospedali. Quello su cui siamo molto indietro in Veneto è il federalismo, sul quale siamo fermi alle parole. L’esempio ci viene dato dai ritardi sulle deleghe alle Province per i nuovi servizi all’impiego.

A proposito di rapporti unitari, a Roma D’Antoni e Cofferati non vanno d’accordo quasi su niente:

e in Veneto?

Ci sono differenziazioni, ma conviene mantenere pragmaticamente l’unità d’azione nei confronti della Regione per non fare la fine dei polli di Renzo. Non nascondiamo i problemi che ci sono tra noi, ma non sottovalutiamo gli interessi che dobbiamo difendere. Anche sui referendum, molte Cgil provinciali hanno accettato la nostra proposta dei comitati per il no su tutti e due i quesiti sociali, mentre la Cgil nazionale ne proponeva uno solo. D’altra parte sono convinto che sul piano strategico non ci siano tante diversità tra la Cisl e la Cgil se si esclude una loro minore propensione all’innovazione contrattuale. Quello che è diverso è la filosofia organizzativa, noi più per l’associazione e loro più legati al mandato, come si è visto nella discussione sulla legge riguardante le rappresentanze sindacali unitarie. Sono i neocollateralismi, i nostri e i loro, i veri problemi. Un sindacato più autonomo dai partiti farebbe meno fatica a mettersi d’accordo.

Lettera del Segretario Generale FIM CISL Naz.le Giorgio Caprioli

Roma, 07.06.2000

A tutte le strutture FIM CISL

LORO SEDI

Carissimi,

vista l'eco che l'ultima riunione dell'esecutivo nazionale della CISL ha suscitato nell'organizzazione, vi invio, per opportuna conoscenza, una breve sintesi del mio intervento che si è basato sul dibattito realizzato nel Consiglio Generale della FIM del giorno 29 maggio.

1. La questione dell'autonomia si può sintetizzare in due punti: i confini dei temi sui quali un sindacato può e deve intervenire, e l'agenda delle priorità. La questione sociale è il terreno tradizionale di intervento del sindacato, quello su cui siamo nati e nel quale dobbiamo mantenere solide radici. A partire da quella noi facciamo politica e abbiamo rapporti con la politica. Essa è per noi talmente centrale che, in quanto sindacalisti, pensiamo che le opinioni sulla questione sociale determinino l'orientamento elettorale. Ma questo non sempre è vero: penso che molti elettori, che sulla questione sociale sono favorevoli alla solidarietà e contro il liberismo, votino comunque per il centro destra perché su altre questioni, a cui danno importanza maggiore (famiglia, scuola, criminalità, immigrazione) si sentono più vicini alle proposte di quello schieramento.

In particolare in Italia la questione sociale ha due facce: quella del sud, su cui la CISL ha fatto riflessioni e proposte importanti, e quella del nord, su cui c'è molto da lavorare.

I problemi sociali del nord sono tipici di una società ricca e vanno collegati ai temi della qualità della vita e della libertà più che a quelli della mancanza di lavoro e della povertà. Oltre i confini della questione sociale ci avventuriamo su un terreno che non ci appartiene perché non fa parte del mandato di rappresentanza che ci hanno affidato i lavoratori. Temi come la riforma istituzionale e quella elettorale non possono perciò stare ai primi posti della nostra agenda: ci interessano, ma non sono per noi terreni di intervento operativo.

2. Le tre priorità proposte da D'Antoni per il rilancio della CISL (riforma istituzionale, legge elettorale, democrazia economica) possono caratterizzare l'agenda di un partito, non di un sindacato. Proporle poi come temi fondamentali per il congresso produrrebbe nella CISL una lacerazione profonda e pericolosa, che ci indebolirebbe in una fase in cui abbiamo bisogno di unità. Se un dirigente al congresso fosse d'accordo sulle proposte relative al dualismo, alla concertazione, al modello contrattuale, alla partecipazione, all'azionariato organizzato dei dipendenti e in disaccordo sulla legge elettorale, starebbe in maggioranza o in minoranza?

3. C'è una questione da approfondire. Le tentazioni corporative, tipiche di una società sempre più frammentata e articolata, come si compongono? Io penso che lo strumento contrattuale, tipico della concezione originaria della CISL, continui a rappresentare una valida risposta. Se si pensa invece che la risposta stia nella politica ci sono tra noi differenze da non sottovalutare.

4. Nell'ultimo mese la CISL e in particolare il suo segretario generale hanno frequentemente oltrepassato i confini che dividono un sindacato da un partito. D'Antoni ha indossato due giacche: quella del segretario generale della CISL e quella del segretario di un partito che non c'è. Essere collaterali a un partito che non c'è (e che ci si appresta a far nascere) non vuol affatto dire che si è autonomi. Il doppio ruolo non regge, lede la nostra identità, demotiva i dirigenti e gli iscritti. Siamo stati per un mese una Solidarnosch all'italiana: partito e sindacato insieme. D'Antoni scelga una giacca sola.

5. Il problema del rapporto con la politica certamente esiste e va affrontato. La FIM, tradizionalmente refrattaria e diffidente verso certi temi, ha concluso ieri un Consiglio generale che ha concordemente accettato la necessità di affrontare il tema, nella consapevolezza che gli orientamenti degli uomini e delle donne che fanno politica nei partiti e nelle istituzioni hanno una forte influenza sugli esiti dei nostri negoziati. Ma a questo proposito c'è una differenza fondamentale tra scegliere una parte o un solo partito, oppure proporre le nostre idee in modo pluralista a un arco di forze che sia il più ampio possibile. Per questo motivo, riguardo alla Fondazione, il problema decisivo è discutere e decidere a che cosa serve. La Fondazione è uno strumento, ma a fare la differenza sono gli obiettivi.

Fraterni saluti

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