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A 2150 gradi Farenheit fonde la ghisa
anno 8 - maggio giugno '99 - n. 3
Direttore Antonio Aldrighetti Direttore Responsabile Enzo Righetti Coordinamento Maria Luisa Perini
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VENETO IN RETE di Gigi Copiello
REFERENDUM DAY: LA CACCIA E' APERTA! di Antonio Aldrighetti
OSSERVATORI E COMMISSIONI PER LA PARTECIPAZIONE SINDACALE di Donata Gottardi
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Questo numero di Fahrenheit è il primo passo per attuare il programma della FIM del Veneto: organizzare la rete delle FIM del Veneto.
Tutta la ricchezza di idee, di esperienze, di persone che si muovono nei territori e nelle imprese metalmeccaniche venete meritano di essere messe su un campo più vasto ed hanno bisogno di essere poste a confronto.
Vogliamo applicare anche a livello sindacale la logica dell'organizzazione snella, con tutto quel che vuol dire in termini di riduzione dei livelli gerarchici, diffusione orizzontale della specializzazione, disponibilità all'innovazione.
Fahrenheit era (ed è) l'organo di informazione della Fim di Verona: la loro competenza è messa oggi in rete per tutta la FIM del Veneto.
Nello stesso tempo nella retetransitano anche le competenze di altri territori.
E' solo l'inizio.
Dovremo alzare il tiro, anche ricorrendo ad ulteriori strumenti (informatica e internet).
Ma abbiamo un forte mandato, ricevuto da tutta la rete - forte e importante - delle FIM del Veneto.
REFERENDUM DAY: LA CACCIA E' APERTA
di Antonio Aldrighetti, Segretario Fim-Cisl del Veneto
Siamo tornati in piena campagna referendaria come ormai succede spesso negli ultimi anni e come in tutte le ultime tornate referendarie il sindacato è uno dei soggetti che si vuole colpire. O sparare contro il sindacato fa tendenza, o il sindacato da fastidio.
Per inciso, si parla molto dello spazio da riservare ai proponenti i quesiti referendari, mai dello spazio che bisognerebbe dedicare a chi la pensa diversamente, come se le idee di questi ultimi valessero meno di quelle dei primi.
Varrebbe la pena ragionare sull'uso eccessivo dello strumento referendario e sui rischi che questo comporta di mettere in discussione un potentissimo strumento di democrazia che abbiamo ricevuto dalla Costituzione Italiana, ma voglio qui provare a chiarire il merito dei referendum che riguardano il mondo del lavoro.
Disciplina dei licenziamenti
Il referendum si propone di abrogare l'articolo della Legge 300/70 "Statuto dei lavoratori" che prevede il licenziamento solo per "giusta causa" o "giustificato motivo". La regola oggi vale per le imprese con più di 15 dipendenti. L'abrogazione introdurrebbe la possibilità per il datore di lavoro di licenziare senza alcun motivo.
Attualmente le leggi e i contratti prevedono la possibilità di licenziare un lavoratore per mancanze gravi quali: assenza ingiustificata, insubordinazione ai superiori, inosservanza alle norme sulla malattia, inosservanza del divieto di fumare, alterchi o ingiurie dentro o fuori i reparti di lavoro, e così via.
Sono poi previsti licenziamenti in conseguenza di ristrutturazioni aziendali e/o riduzioni del personale. Le liste di mobilità presso gli uffici di collocamento sono una testimonianza di quanti lavoratori vengono licenziati ogni giorno per responsabilità che non sono loro imputabili.
Ma per i proponenti il referendum non basta. Si vuole introdurre la possibilità di licenziare senza motivo, senza dover dare spiegazioni.
Credo sia facile capire perché. Come potrebbe reagire un lavoratore di scarsa professionalità, magari avanti con l'età, che sa quanto faticherebbe a trovare un altro lavoro, di fronte ad un capo o a un datore di lavoro che gli dicesse "O lavori la domenica o ti licenzio"? E risolverebbe il problema una indennità di due mensilità e mezza?
Ma non vale preoccuparsi più di tanto!
Se viene licenziato immotivatamente un lavoratore di 52 o 53 anni, magari con 35 o 36 anni di contributi, ci pensano i referendum. C'è infatti anche quello che prevede di portare l'età pensionabile a 57 anni di età o 40 anni di contributi da subito. Nè lavoro nè pensione, quindi. E questo il liberismo tanto decantato che ci dovrebbe piacere?
Credo che una società senza regole dove i più forti hanno la possibilità di colpire i più deboli non sia una società più libera, ma una società feudale.
E nessuno pensi di essere garantito. Nella mia esperienza ho trovato lavoratori che credevano di essere professionalmente garantiti, che criticavano il sindacato per la richiesta di garanzie che ha sempre avanzato, e che sono arrivati al sindacato a chiedere tutela con la lettera di licenziamento in tasca sinceramente meravigliati della facilità con la quale era stato possibile licenziarli e la difficoltà di trovare strumenti certi per rendere loro giustizia.
Finanziamento pubblico dei sindacati: patronati.
La legge Italiana garantisce la possibilità per chiunque lo voglia di istituire patronati a condizione che si rispettino le regole dettate dal Ministero del Lavoro. In Italia ce ne sono molti. Oltre a quelli dei sindacati confederali ci sono quelli dei sindacati autonomi, quelli di alcuni partiti, quelli delle associazioni imprenditoriali di commercianti e artigiani, delle associazioni degli agricoltori, delle associazioni cattoliche come le Acli e così via. I patronati riconosciuti dal ministero del lavoro sono oltre 20 e di questi solo 3 sono riconducibili ai sindacati confederali. Parlare quindi di finanziamento pubblico ai sindacati è sintomo di ignoranza oppure di volontà di dare informazione distorta. Ma c'è anche un problema di sostanza. I patronati aiutano i cittadini, particolarmente quelli più indifesi nei confronti della burocrazia, a risolvere i problemi che si presentano ogniqualvolta si ha bisogno di attivare forme di previdenza o di assistenza. Fare la domanda per la pensione, per l'invalidità, per gli assegni familiari o verificare i versamenti contributivi può essere per alcuni cittadini molto complicato. Per far valere un diritto una volta nella vita è necessario conoscere una quantità di leggi e circolari che i comuni mortali non si possono permettere di studiare. I patronati garantiscono assistenza competente e qualificata a chi si rivolge loro. Hanno l'obbligo di prestare il loro servizio gratuitamente e sono sottoposti a controlli dal ministero del Lavoro e della Previdenza sociale. Qualora le domande presentate vadano a buon fine ricevono per alcune, non per tutte, un finanziamento dallo Stato poiché erogano un servizio in sua vece. Molti cittadini si rivolgono ai patronati per comodità di servizio. Tra l'altro, i patronati garantiscono una presenza capillare sul territorio che lo stato non sarebbe in grado di garantire. E' singolare che chi più predica privatizzazioni sia pregiudizialmente contro l'utilizzo di servizi privati erogati da associazioni che costano solo per quanto effettivamente producono.
Gli altri quesiti.
Tra la lunga serie di altri quesiti referendari, alcuni si propongono di sfondare porte aperte. Che dire infatti della liberalizzazione del collocamento o dei contratti a tempo determinato? Chi propone referendum farebbe bene a guardare cosa succede nelle fabbriche. I contratti a tempo determinato sono solo una delle oltre 50 possibili modalità di assumere. Il problema in qualche caso è trovare lavoratori interessati a questi tipi di contratto. Lo stesso vale per il collocamento. Dove sono le difficoltà? Si potrebbe fare un esempio concreto di quali problemi pone il collocamento all'assunzione di lavoratori? E il part time che in Italia non decolla è davvero un problema legato alle leggi vigenti? Nel recente rinnovo del contratto dei metalmeccanici abbiamo chiesto che i lavoratori interessati al lavoro a tempo parziale potessero usufruirne. Gli imprenditori hanno posto problemi enormi al libero ricorso a questa forma di lavoro. In che modo il sindacato ha osteggiato il part time come sostiene la pubblicità dei proponenti il referendum?
E ancora: davvero si pensa che la riforma delle pensioni sia perseguibile attraverso un referendum che colpisce i lavoratori dipendenti senza intervenire sulle residue sacche di privilegio che permangono nel sistema pensionistico? Io credo che sarebbe indispensabile eliminare i residui privilegi che permangono nel sistema pensionistico come Banca d'Italia ed Esercito non tanto per le quantità ma per equità di trattamento dei lavoratori. Ma evidentemente la Bonino e i suoi amici preferiscono lasciare inalterati i privilegi esistenti. In fondo la Banca d'Italia ha da sempre predicato rigore. Per gli altri.
Lo spazio mi consente solo di porre domande.
Nel momento in cui aumentano gli infortuni sul lavoro, l'Inail varrebbe la pena farla funzionare e non toglierle potere. E forse bisognerebbe far funzionare la giustizia piuttosto che ridurre semplicemente la carcerazione preventiva a meno che non ci stiano più a cuore coloro che hanno rubato i soldi dei contribuenti piuttosto che i contribuenti stessi.
La discussione è solo all'inizio. Già in passato chi ha proposto referendum si è pentito dei risultati ottenuti. Un delegato del SINPA, il sindacato della Lega, mi ha chiesto recentemente di aiutarlo a far partecipare alle assemblee di fabbrica un esponente del suo sindacato. Gli ho garantito il mio aiuto ma gli ho ricordato che quel sindacalista non poteva partecipare in virtù di un referendum al quale io avevo votato contro e lui a favore. Succederà ancora. Fare campagne faziose contro il sindacalismo indebolirà ulteriormente la capacità di creare nuove organizzazioni sindacali. Come sindacato confederale potremmo esserne contenti. Mancheranno nuovi concorrenti.
Ma quando in un paese è la democrazia a fare un passo indietro il problema è di tutti. Noi compresi. Intanto siamo certi che raggiungeremo qualche risultato. Spenderemo molti soldi pubblici per andare alle urne e creeremo forti sacche di astensionismo tra quei cittadini che non capiranno perché paghiamo profumatamente molti parlamentari se poi dobbiamo sostituirci a loro per fare quello che dovrebbe essere il loro lavoro. E di tutto abbiamo bisogno, tranne che favorire ancora la non partecipazione dei cittadini alla vita politica.
Fin dall'elaborazione della piattaforma era parso evidente l'impegno profuso dalle parti in direzione dell'aggiornamento e della integrazione del sistema di relazioni sindacali nelle industrie metalmeccaniche.
Può essere opportuno richiamare, sul punto qui analizzato, quelle che erano state le principali richieste di fonte sindacale dal lato dei lavoratori:
- costruzione di una commissione mista di monitoraggio in caso di esternalizzazione di attività produttive e informazioni sul sistema degli appalti;
- costituzione di commissioni aziendali (nelle aziende a partire dai 1.000 dipendenti) per l'espressione di parere preventivo obbligatorio del sindacato su alcune scelte strategiche;
- ampliamento delle competenze delle Rsu, con estensione della titolarità dei diritti di informazione in materia di occupazione, nonché delle loro dotazioni, con la messa a disposizione di strumenti informatici e telematici.
Come avremo modo di verificare, nell'accordo si è realizzato un adattamento positivo e un riconoscimento delle richieste avanzate nella piattaforma.
Alcune sembrano essere state utilizzate soprattutto come riferimento di massima. Si veda il richiamo agli strumenti telematici: da dotazione delle Rsu è diventata la modalità di diffusione della Banca dati nazionale, che è previsto avvenga anche "con la realizzazione di un apposito sito Internet".
Altre sono state le basi per l'ulteriore evoluzione del modello partecipativo di relazioni sindacali, ormai da tempo inscritto nei documenti contrattuali del settore.
ORGANISMI PARITETICI DI LIVELLO NAZIONALE
L'accordo, nella sezione prima, dedicata al "Sistema di relazioni sindacali", prevede una rete di maglie relativamente strette e piuttosto ampia di Osservatori paritetici.
Gli Osservatori sono definiti espressamente come "sede di analisi, verifica e confronto sistematici" su temi specificatamente individuati e per i quali si concorda sulla presenza di un "rilevante interesse reciproco", sulla scorta dell'idea che nelle dinamiche sindacali esistono "giochi a somma zero", affidati alle determinazioni contrattuali, e "giochi a somma positiva", affidati alle forme della partecipazione.
Il risultato dell'attività degli Osservatori "particolari" è previsto venga inserito nella "Banca dati del settore metalmeccanico" e, pertanto, per questa via, diventi parte integrante dell'Osservatorio nazionale.
Rispetto al rinnovo precedente la novità principale consiste nella moltiplicazione delle aree tematiche di livello nazionale. Questa diventa anche una occasione per tornare a regolare l'Osservatorio nazionale, sia per quanto riguarda le "modalità costitutive", sia per quanto riguarda quelle "operative", al fine di arrivare ad un "corretto funzionamento".
Se si passa a confrontare l'elenco delle competenze (quelle dell'accordo del 1999 rispetto a quelle dell'accordo 1994), è da segnalare l'inserimento - già in quella che è diventata la prima area tematica, dedicata alla "situazione economico-sociale dell'industria metalmeccanica" - di argomenti più generali a fianco di quelli relativi all'andamento occupazionale e alle innovazioni tecnologiche, con una maggiore attenzione agli "andamenti produttivi", mediante la ricerca di "indicatori economici" significativi.
L'attenzione, inoltre, viene ulteriormente polarizzata sulla conoscenza dei dati effettivi.
Un esempio riguarda le dinamiche retributive: se nel precedente accordo ci si limitava all'analisi degli "andamenti del costo del lavoro per unità di tempo e per unità di prodotto", viene ora aggiunto "l'andamento dei salari di fatto, disaggregato per donne-uomini e livelli di inquadramento".
E' l'intero pacchetto a risultare arricchito dal nuovo accordo, grazie all'aggiunta in appositi sotto-paragrafi delle tematiche relative allo "Sviluppo industriale", alla "Evoluzione della struttura organizzativa dell'industria metalmeccanica", alla "Analisi e monitoraggio degli accordi aziendali sul Premio di risultato", ai "Sistemi di partecipazione nelle aziende metalmeccaniche in Italia e in Europa e Dialogo sociale europeo".
Ciascuna di queste aree costituisce sviluppo di precedenti ma più generici ambiti del sistema di conoscenze.
Del tutto nuovi risultano invece l'inserimento nelle competenze degli Osservatori dell'analisi degli accordi aziendali sul premio di risultato, nonché l'ultima area tematica, che contiene il richiamo "al modello concertativo" e al "dialogo sociale europeo" e che disegna una linea di sviluppo di estremo interesse per un incremento del tasso partecipativo nel sistema di relazioni sindacali di settore.
ORGANISMI PARITETICI TERRITORIALI E AZIENDALI
Uno sviluppo del tutto speculare viene previsto per gli Osservatori territoriali, che dovrebbero venire costituiti "laddove non già" esistenti, anche su impulso di quello nazionale (art.2).
Come è noto, questo livello è stato introdotto inizialmente in via sperimentale e successivamente (nell'accordo del 1994) diffuso "nei territori caratterizzati da una significativa presenza di attività riferita al settore" e "individuati dalle parti stipulanti".
Analogamente, si assiste allo sviluppo delle aree di competenza, che non sono più limitate alla situazione economico-sociale, ma altresì alla "evoluzione della struttura organizzativa e produttiva dell'industria metalmeccanica" e alla "analisi e monitoraggio degli accordi aziendali sul Premio di risultato", riprendendo due delle aree tematiche degli Osservatori di livello superiore.
In particolare, risultano stringenti gli obiettivi dell'analisi per quanto riguarda i processi di esternalizzazione dell'attività produttiva: dalla "cessione di ramo d'azienda o di attività e funzioni" ai "processi di decentramento, di appalto e di lavoro a domicilio".
A questi si affianca la rilevazione del turn over di impresa (cessazioni - nuovi insediamenti) e della presenza di "distretti industriali".
La novità principale è probabilmente quella della costituzione degli "Osservatori paritetici in sede aziendale", laddove l'impresa occupi complessivamente più di 3.000 dipendenti e vi sia almeno una unità produttiva che superi le 1.000 unità (art.3).
Si tratta di una intensificazione del sistema partecipativo, basato non solo sulla trasmissione di informazioni, ma sulla analisi congiunta dedicata a temi determinati da attuarsi nelle grandi imprese, mediante organismi paritetici.
La costituzione dell'organismo avverrà su richiesta di una delle parti e la composizione varierà da 6 a 12 componenti, la metà in rappresentanza datoriale e l'altra metà suddivisa tra oo.Ss., stipulanti il Contratto di livello nazionale o territoriale, e Rsu.
Per il momento. l'identificazione delle competenze è estremamente sintetica e si può qui direttamente riprodurre: "analisi della struttura e delle tendenze dei mercati su cui opera l'azienda; strategie industriali, anche con riferimento alle possibili tipologie di assunzione".
E' da osservare come solo a questo livello si sia ritenuto necessario l'inserimento del vincolo di riservatezza e al segreto industriale, vincolo invece dato per presunto ai livelli superiori.
COMMISSIONI PARI OPPORTUNITA'
Il sistema di organismi paritetici, come da articolazione preesistente, tocca due ulteriori temi: quello della formazione professionale e quello della parità di opportunità (art. 5).
Quanto a questo secondo ambito, nell'Accordo viene riportato il testo già adottato nel rinnovo del 1994, senza provvedere a inserirvi alcuna variazione nemmeno temporale, a conferma di una attenzione solo formalmente dedicata ai temi della parità di opportunità per donne e uomini sul lavoro.
Si pensi solo al permanere del richiamo al "programma di azione della Comunità europea 1991-1995" che, se comprensibile nell'accordo datato 1994, appare del tutto superato nel 1999, vigente il programma del quadriennio successivo, che giungerà a sua volta a scadenza proprio quest'anno.
L'impianto della Commissione nazionale è dei più tradizionali, risultando limitate le competenze dell'analisi, allo studio, alla raccolta, alla individuazione e, al massimo, alla proposizione di iniziative.
Si segue così uno schema spesso riprodotto nei testi contrattuali e che si è altrettanto spesso dimostrato insufficiente, anche, ma non solo, per l'assenza di riferimenti alle condizioni strumentali e operative (finanziamenti, sedi, agibilità), indispensabili soprattutto al livello territoriale.
E' questa indubbiamente la parte più tralatizia dell'intesa dedicata agli organismi paritetici , quella dove meno si è puntato a sviluppare una scelta precisa, limitandosi a riprodurre il testo nella versione precedente e insieme riprodurre lo stadio minimo-medio della regolamentazione dedicata alle pari opportunità nella maggior parte dei contratti collettivi di livello nazionale.
Sostanzialmente identico è il testo anche per la parte relativa alle Commissioni territoriali per le pari opportunità, la cui costituzione resta ancora legata alla sperimentalità.
Il cambiamento di rilievo è dunque al livello aziendale, con la possibilità di costituire Commissioni nelle unità produttive, con almeno 350 dipendenti, delle imprese con più di 2.000 dipendenti.
Il numero massimo di componenti è la dozzina: 6 per la direzione e 6 per la parte sindacale, congiuntamente tra RSU e OO.SS. nazionali o territoriali.
I compiti elencati sono, in parte, trasposizione di quelli delle Commissioni di livello superiore, con le quali è previsto uno stretto collegamento, anche al fine di realizzare le iniziative programmate. Per altra parte, alla Commissione è affidata una competenza compositivo - conciliativa, del tutto inusuale nel panorama delle nostre relazioni sindacali. Si tratta di una norma aperta e molto indeterminata, grazie alla quale la Commissione "esamina le eventuali controversie" insorte da casi di discriminazione diretta e indiretta, "con l'obiettivo di promuovere una loro pacifica composizione, al fine di evitare il ricorso ad altre forme di tutela". Potrebbe essere questo uno strumento, finalmente, per fare emergere situazioni di lesione del rispetto dei principi di parità tra donne e uomini, data anche la rarità di ricorsi giudiziari sul punto.
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