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A 2150 gradi Farenheit fonde la ghisa
anno 8 - maggio giugno '99 - n. 3
Direttore Antonio Aldrighetti Direttore Responsabile Enzo Righetti Redazione Gianni Castellan, Maurizio Doppio Coordinamento Maria Luisa Perini
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Cara iscritta, caro iscritto, di Gianni Castellan
Apatici e menefreghisti, di Barbara
Un lavoro per i giovani, di Valentino Cattelan
E se avessimo perso?, di Ivan Duso
Una valigia piena di speranza, di Carmine Battipaglia
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Cara iscritta, caro iscritto,
di Gianni Castellan - Segretario Generale Fim Vicenza
Con questo primo numero del presente giornale, la FIM CISL di Vicenza assieme a tutte le FIM del Veneto, intende fornire ai soli nostri iscritti uno strumento informativo aperto e, speriamo ancora utile per tutti Voi.
Quest'iniziativa si colloca nel solco degli impegni che ci siamo assunti da qualche tempo: provare a fare, dare, qualcosa in più a coloro che attraverso la libera adesione al sindacato, alla FIM CISL, ci permettono di esistere. Un'esistenza, spero, non fine a se stessa ma che attraverso le nostre competenze, e funzioni contrattuali, sappia continuare ad essere strumento di tutela ed emancipazione di tutti i lavoratori a partire da Voi che siete iscritti.
E' difficile in poche righe tracciare un profilo chiaro di cosa è la nostra associazione sindacale, cosa fa e cosa si prefigge di fare.
Senza temere smentite la FIM CISL è un'organizzazione libera, autonoma e pluralista. Un sindacato, in altre parole che intende rappresentare i lavoratori partendo dai valori della solidarietà, della giustizia sociale in una situazione di pari opportunità per tutti.
La nostra massima aspirazione rientra in un progetto che migliori in senso più "giusto" la nostra società. Essa deve diventare meno diseguale con un grado più alto di convivenza civile.
Pensiamo che questo si possa realizzare attraverso una maggiore democrazia a tutti i livelli, a partire da quella che tutti i giorni si deve riaffermare e costruire nei luoghi di lavoro.
Per questo siamo un'organizzazione che fa della contrattazione lo strumento centrale per affermare i nostri diritti.
In questo grande e straordinario lavoro non siamo soli, la FIM CISL di Vicenza dispone di una nutrita serie di delegate e delegati che, in modo del tutto gratuito, si prestano nei luoghi di lavoro a svolgere il difficile compito di rappresentare i lavoratori.
Essi sono la spina dorsale della "macchina sindacale", le prime persone cui rivolgersi ogni qual volta un diritto è calpestato, ogni volta che nasce un bisogno, un problema collettivo e/o individuale. Al gruppo dei delegati e delle delegate che compongono il Comitato Direttivo spetta il compito di eleggere il gruppo dirigente, definire le scelte politiche d'indirizzo e l'utilizzo delle risorse.
E' grazie a loro ma anche a tanti altri delegati eletti nelle R.S.U. o in quanto R.L.S (Rappresentanti dei Lavoratori per la Sicurezza), che la FIM CISL riesce ad essere presente nei luoghi di lavoro.
Non va infine dimenticato il fatto che nella maggioranza del mondo il sindacato è messo fuori Legge o è fortemente osteggiato con conseguenze nefaste per i lavoratori; va mai dimenticato che potrebbe succedere anche da noi, I TENTATIVI CI SONO! Questo non accadrà, se continuerai ad essere un iscritto alla FIM CISL e se continueremo assieme ad allargare la nostra rappresentanza, a realizzare la nostra "missione" che altro non è che quella di sapere contrattare.
Dopo l'ultimo giornalino di "ottobre-dicembre 1998" in cui aprivamo un dibattito con una serie di quesiti sulla questione giovanile (vedi l'articolo a firma di Giovanni Tagliaro) abbiamo ricevuto vari contributi che qui pubblichiamo. Vorremo che la discussione non finisse con questo numero ma che, grazie ai Vostri ulteriori personali contributi, il prossimo numero avesse una speciale rubrica magari intitolata "SINDACATO, GIOVANI, IL DIBATTITO CONTINUA.....".
Un' invito, quindi a tutti Voi, quello di inviarci lettere di carta o E-Mail al seguente indirizzo: lettere di carta: redazione Fim Cisl Vicenza "2150 Fahrenheit", Via SS. Trinità, 102 - 36015 Schio; lettere E-Mail: fim_vicenza @cisl.it
P.S. SARANNO BENE ACCETTI ANCHE CONTRIBUTI NON DIRETTAMENTE COLLEGATI CON LE PROBLEMATICHE GIOVANILI. SUI TEMI DEL NOSTRO ESSERE IN FABBRICA, SUL LAVORO O PIU' IN GENERALE SULLA NOSTRA SOCIETA', IN FAHRENHEIT C'E' POSTO PER TUTTI!
Apatici e menefreghisti
di Barbara, 22 anni, studente - Thiene
Apatici, menefreghisti, senza ideali oppure consapevoli, convinti delle proprie idee e combattivi.
Niente di tutto questo, ma molto di più, molte altre cose.
A noi giovani non piace essere definiti e "catalogati", forse come non piaceva ai giovani degli anni 70, perché siamo certi che le "etichette" non riescano a cogliere l'essenza e l'unicità di ogni individuo. E di classi e di categorie ne abbiamo fin troppe. Si rischia, alla fine, di fare di "tutt'erba un fascio" e questo non fa onore né a chi esprime facili giudizi, né a chi da essi si sente intrappolato.
Si parla sempre di giovani, ma si parla troppo poco con loro. Non amiamo le definizioni ma ci piacciono, mi piacciono, le domande perché in esse riconosciamo il "vostro" sforzo di capirci, prima di giudicarci. Fateci delle domande, anche provocatorie, ed entrerete veramente in contatto con il nostro mondo.
Voi giudicate, criticate, vi aspettate molto da noi. Le aspettative, però, sono legittime solo quando si è convinti di avere dato tutto e tutto il meglio che si poteva. Ed invece il mondo che ci state lasciando è una eredità pesante, un mondo fatto di superficialità, di facili illusioni, di ipocrisia, vuoto di valori umani, fondato sulla "produzione di massa e di masse", orientato più verso la creazione di "cloni" che verso il rispetto dell'individuo.
E' un'eredità pesante ma che ci sentiamo di poter accogliere se lavoreremo con impegno. Tutto il resto non ci interessa, forse è vero. E' vero che siamo lontani dalla politica, ma che cosa ne facciamo di una politica che è pura formulazione di teorie e non ricerca di concretezza, che è desiderio di protagonismo, esercizio intellettuale o fonte di guadagno e non impegno e coinvolgimento umano?
Ci chiamano figli del consumismo e dell'illusione del guadagno facile ed in parte è vero, ma siamo tutti così? Io so che per realizzare ogni obiettivo devo lavorare con serietà e coerenza, ma lo so perché i miei genitori me lo hanno insegnato con il loro esempio.
Abbiamo più che mai bisogno di modelli e quei giovani di venti anni fa dovrebbero esserlo. Ma è troppo difficile essere un modello. Per diventare un esempio bisogna darsi da fare una vita intera, per giudicare basta un secondo.
Un lavoro per i giovani
di Valentino Cattelan - Operatore Fim Vicenza
Beatrice obiettò: "I mutanti direbbero che la competizione è la cosa che ha determinato il progresso e il benessere, e che agli innovatori non sono negate la fama e la fortuna". "E' vero, ma possiamo dire che così si stia tutti meglio, che la terra, le piante, gli animali, gli esseri umani siano più sani? Ti pare che il futuro appaia più promettente e luminoso grazie alla competitività? Io non giudico perché so che tutto fa parte dell'Ordine Divino, ma come osservatrice devo dire che per me la competitività non ha un buon odore. ( da " Il cielo, la terra e quel che ci sta nel mezzo" di M. Morgan.)
Il rapporto tra giovani e lavoro credo non sia mai stato particolarmente facile. L'esperienza lavorativa è certamente più conforme ad una mentalità "adulta" e perciò spesso di duro impatto con la dimensione giovanile. Certamente con il tempo queste difficoltà di approccio si sono modificate come sono nel frattempo cambiati i giovani e com'è cambiato anche il lavoro. Molte parole si spendono quotidianamente sulla situazione giovanile, molte meno se ne spendono sull'altro aspetto del problema che è il lavoro e i suoi cambiamenti. Se chiediamo a chi era giovane negli anni 50 e 60 cos'era allora il lavoro, probabilmente ci dirà che lavorare allora significava riscatto sociale, sostegno e prospettiva di sviluppo per la famiglia e voglia, tanta voglia di miglioramento. Se ci avviciniamo un po', agli anni settanta e ottanta, i giovani di allora, tra i quali mi ci metto anch'io, ci parleranno della loro esperienza come momento di progetto sociale , di dignità, appartenenza e partecipazione, di cultura e solidarietà, di una esperienza comunque profondamente significativa per la vita. E' alla luce di questa storia che mi ritrovo spesso a riflettere sul perché un giovane di oggi dovrebbe entusiasmarsi per un lavoro che culturalmente si è sganciato dalla vita, che offre come unico progetto o interesse un salario spesso inadeguato, almeno per un tenore di vita proposto da una cultura consumistica, che non dà identità e chiede invece disponibilità e flessibilità scambiandole con una esasperata precarietà. E' per questo che trovo difficile che un giovane possa portare il cuore nella sua esperienza di lavoro, in un tempo in cui anche la fatica e il sudore, da sempre emblemi di chi è socialmente produttivo, sono celebrati e vissuti in asettiche palestre ben lontane dalla vita. A questo punto mi si apre una domanda di prospettiva sul come andrà a finire e cioè: "Sarà il lavoro che plasmerà i giovani o saranno i giovani che alzeranno la testa e andranno alla conquista di un lavoro tutto da rivalutare e scoprire, che abbia un senso per la vita, che risappia dare dignità, cultura, identità, sicurezza magari anche rivitalizzando l'esperienza sindacale magari un po' scarica di idealità?". Certo la strada non è meno in salita degli anni che furono, ma è vero anche che ogni tempo ha le sue sfide e che la storia ci insegna che alla fine ci saranno anche gli uomini che le affronteranno.
E se avessimo perso?
di Ivan Duso RSU Meccaniche Scledensi - Schio
E' difficile scrivere sulla situazione giovanile se non si cerca di capire che i giovani di oggi sono la vivida espressione degli eventi culturali e sociali del passato.
Se torniamo a pensare agli anni dei conflitti sociali e sindacali, delle lotte studentesche e della rivoluzione sessuale, dei movimenti Maoisti, di Lotta Continua, degli Anarchici ed ancora il mondo Beat, degli hippies ecc., se pensiamo a quei tempi diviene molto difficile paragonare i due mondi giovanili, di ieri e di oggi. Diverrebbe un confronto insensato.
Quella fase storica, quei movimenti avevano indubbiamente un grande sogno, quello di cambiare, contaminare la società. Il mondo giovanile lottava contro un sistema politico sociale ed economico in cui non si riconosceva, tentando di far evidenziare come l'uomo non fosse fatto solo per lavorare, ma anche per altre cose come socializzare, amare, elevarsi culturalmente (cosa oggi impossibile!). Le esperienze nate da quelle menti, che avevano creato così un modo diverso di essere ed esprimersi, si sono trovate a scontrarsi con un unico avversario: il capitale ovvero quel sistema economico difeso da industriali, Stato, Chiesa e mass-media che ha giustificato l'uso della violenza per determinare la propria continuità.
Oggi viviamo in una società conseguenza di questi meccanismi, una società post-americana in cui la mercificazione deve essere assoluta in tutto, nelle cose, nei bisogni e nei pensieri.
A partire da ciò forse può sembrare più semplice capire perché i giovani d'oggi possano risultare vuoti, senza voglia di reagire davanti alle ingiustizie ("tanto non cambia nulla").
Certo, questo è quello che viene spontaneo dire .....tuttavia i cambiamenti anche nel mondo giovanile non sono avvenuti da soli, molti fattori, come abbiamo già visto, hanno contribuito a realizzare la situazione in cui ci troviamo. Basti pensare al ruolo della televisione, con la quale ci confrontiamo quotidianamente. Essa ci propone spesso una realtà finta fatta di famiglie "felici", così tanto felici che a volte rasentano la stupidità, presentando in alcuni casi problemi inesistenti per nascondere quelli più reali ma che potrebbero far riflettere la gente, oppure in altri casi esasperando problemi seri e complessi, stravolgendone completamente il senso ( ad esempio problemi legati al fenomeno dell'immigrazione o della realtà dei clandestini, ecc. ecc.).
In un caos di questo tipo, che in realtà è solo la punta dell'iceberg, mi domando se tutto questo non sia una cosa progettata per tenere calma quella fetta di umanità produttiva giovane e non, e per piano piano fare di ognuno di noi da un lato degli esseri produttivi dall'altro dei grandi consumatori!!!???
Il dibattito continua!
Una valigia piena di speranza
di Carmine Battipaglia
Sembrerebbe il titolo adatto per un film su una realtà di una parte della nostra Italia, ma non solo nostra; alle soglie del 2000 è uno dei problemi prioritari del nostro attuale governo, della società: l'occupazione.
Sì, il lavoro che quando c'è ti rende libero dalla frustrazione di esistere, dalla insoddisfazione quotidiana fatta di privazioni, rinunce, sogni mancati.
Qualcuno diceva che il lavoro nobilita l'uomo, io dico che il lavoro rende l'uomo libero di esistere, un'esistenza normale, non certo di quelle fatte di grandi ideali o dei grandi progetti, ma di un'esistenza così come la desidera la stramaggioranza dei comuni mortali, fatta di piccole cose, piccoli valori, una famiglia, una casa, piccoli beni di consumo, piccole libertà che aiutano a vivere meglio, che servono ad acquisire una propria dignità, la dignità di esistere da uomo libero.
Chi vi scrive è un uomo di 31 anni, nato in un piccolo paesino della provincia di Cosenza, Praia a Mare, luogo incantevole dove trascorrere la propria esistenza, fatto di sole, mare, verdi campagne, dove l'aria profuma di buono, di semplice. Semplice come la gente che ci vive, gente buona come i valori che conserva, il rispetto, l'amicizia, la famiglia, il vero valore delle cose.
Un paradiso, un posto a dimensione d'uomo, che può diventare un inferno se viene a mancare uno dei diritti fondamentali di cui un uomo ha bisogno per vivere adeguatamente, il lavoro.
Anchio, ad un certo punto della mia vita, ho cominciato a vedere il mio paese come un inferno, come un luogo dove non vi era più futuro, un avvenire. Sentivo di aver perso la mia dignità di esistere. Esistenza fatta di privazioni, rinunce, progetti mancati che avevano un fine ma mancavano di mezzi.
Giornate passate nell'illusione che qualcosa cambiasse, che qualcosa si muovesse per noi giovani disoccupati; giornate intere trascorse davanti ad un bar o in piazza, insieme con il nostro problema comune: IL LAVORO. Tutti li assieme, con il nostro tormento, con in tasca una manciata di desideri e nell'altra nemmeno mille lire per un caffè.
Preso coscienza della propria situazione, che fare? Come ridare dignità alla propria vita? Come uscire da quel fondo di disperazione che fa sembrare la tua esistenza inutile, senza speranze, senza un domani?
Il saggio diceva "SE LA MONTAGNA NON VA A MAOMETTO, ALLORA MAOMETTO ANDRA' ALLA MONTAGNA", sagge parole. Allora presa la saggia decisione, armato di un coraggio che è solo dettato dalla presa di coscienza che non c'è più nulla da fare, persa la speranza che qualcosa cambi, VIA A CASA A FARE LA VALIGIA. Un paio di lenzuola, qualche vestito, la fotografia dell'amata, le tue speranze, tutto messo là dentro, con riluttanza, ma con la convinzione che sia l'unica cosa rimasta da fare.
Allora via alla stazione dove prendere quel treno che ti porterà via da tutto ciò che più ami al mondo: il luogo dove sei cresciuto, i tuoi cari, i tuoi amici, via da tutta la gente che ti vuole bene; un abbraccio, un bacio, le raccomandazioni della mamma, il pianto dell'amata. Devo salire su quel treno, ci vuole coraggio, ma bisogna salire.
Anch'io sono salito su quel treno che mi ha portato a Schio, bella realtà veneta, bella realtà industriale che con le sue 2795 fra piccole e medie imprese, fa di questo luogo una culla del benessere.
E pensare che sarebbero bastate 2 o 3 di queste al mio paese per non farmi prendere quel treno. E' dura da accettare.
Ma accettato anche questo, sono andato in forza presso un'azienda scledense, la LAFER, azienda meccanotessile dove tutto sommato, a parte la fase iniziale, il mio inserimento non è stato così difficile. Ho trovato gente buona, disposta a capire il mio disagio iniziale, le mie paure di non essere all'altezza della situazione, le mie problematiche al di fuori del mondo aziendale, le mie fasi nostalgiche in cui volevo abbandonare tutto per tornare a casa mia. Tutti, anche se solo con un semplice gesto hanno contributo al mio inserimento. Ora sono qui, da otto mesi in forza a questa azienda, dove sono cresciuto fino al punto di aver assunto un ruolo di una certa responsabilità e per questo ringrazio chi ha creduto in me e nelle mie capacità.
Ora ecco la mia nuova identità, la mia dignità riacquistata: dipendente LAFER. Dovrei essere felice, appagato, sentirmi realizzato, beh, in parte è così, ma UN UOMO NON VIVE SOLO DI LAVORO; se la pensassi così sarei di nuovo schiavo di qualcosa.
Esistono infatti ben altre realtà di cui un uomo necessita per sentirsi veramente appagato, come l'amicizia, il sentirsi parte integrante di una realtà in cui vive. Stiamo parlando dell'INSERIMENTO SOCIALE, ma questo è un grosso dramma per noi ragazzi venuti dal sud, e in particolare per quelli arrivati a Schio.
Non so se dipende molto dal nostro modo di presentarsi o dall'opinione esistente nei nostri confronti nella popolazione locale. Certo, e questo è un dato di fatto, che vi è un pregiudizio nei confronti delle nostre origini meridionali, come se fossimo tutti dei cattivi ragazzi, tutti dei fannulloni, dei poco di buono, della gente poco affidabile. Niente di più falso, siamo solo un gregge di uomini venuti in cerca di posti di lavoro, in cerca di dignità. E se qualche pecora nera si è accodata assieme a noi, non fate di un'erba un fascio.
Rimane il fatto che trovare casa è difficile, sia perché vi è una certa diffidenza legata alle nostre origini, sia perché economicamente, affittare una casa a Schio è quasi impossibile; il fitto è altissimo, al di fuori delle nostre singole possibilità; quindi, per trovare una sistemazione, dobbiamo andare a vivere in condizioni di ristrettezza, dormendo in tre o quattro persone in un'unica camera da letto. Se vogliamo le comodità dobbiamo sborsare di più. Ma uno in cerca di comodità se ne sta a casa propria, certo non si fa 1200 km; ma neanche questo è il vero dramma nel trovare un'abitazione, al fine ci si adatta sperando di migliorare. Allora uno arriva qui, con in tasca quello che può, sperando che qualche amico del proprio paese lo possa inizialmente ospitare, o altrimenti finisce in albergo. L'albergo costa dalle 30.000 alle 50.000 lire a notte, solo per dormire, e anche se trovi immediatamente lavoro, cercando di accumulare il rimanente togliendo lo stretto necessario, devi poi affrontare le spese di un contratto d'affitto iniziale, ditemi voi come uno può, anche se guadagnasse 2 milioni al mese, affrontare tutte le spese iniziali d'affitto. Il vero ostacolo è quindi il contratto d'affitto, minimo un milione al mese di canone, rivolgersi ad un'agenzia immobiliare che si prende mediamente per il suo interessamento una cifra pari al fitto preteso dal padrone di casa, tre mensilità anticipate, il mese corrente, totale 5 milioni circa senza poi considerare che si devono fare gli attacchi per la luce, l'acqua e il gas.
Forse più del lavoro, perché comunque il lavoro a Schio se uno vuole lo può trovare, il vero dramma è fittare un'abitazione.
Ma alla fine chi la dura la vince, si trova il lavoro, si trova casa, quindi alla fine risolti questi due aspetti importanti, uno dovrebbe sentirsi appagato, realizzato. Vero fino ad un certo punto.
Un filosofo greco, Epicuro, diceva che esistono vari tipi di piacere, e classificava come piaceri primari, quelli che riteneva naturali e necessari: mangiare, bere, dormire, l'amicizia.
I primi tre, se hai un lavoro, non dovrebbero essere un problema, tutto sommato, ma l'amicizia è un qualcosa che non ha niente a che fare con la tua realtà lavorativa, è ben altra cosa, fa parte della realtà sociale in cui vivi.
Uno per star bene in una realtà che può essere quella originaria o un'altra, deve anche sentirsi socialmente inserito. Noi, ragazzi del sud, venuti a Schio, facciamo fatica anche in questo. Noi ce la mettiamo tutta, per farci accettare per quello che siamo, ragazzi semplici con il sole anche nell'animo. Rispettiamo la vostra mentalità e il vostro modo di essere, ma alla fine non riusciamo a crearci amicizie vere locali, rimaniamo chiusi nel nostro branco isolato da tutto e da tutti.
Allora, molti di noi, i più deboli, muoiono dentro. Benché partiti con tanto entusiasmo, con tanta speranza dentro quella valigia, sconfitti dalla solitudine, dai ricordi degli amici che stanno giù al paese, dalla consapevolezza che lo stipendio che guadagni ti basta giusto per arrivare a fine mese, senza riuscire a mettere qualcosa da parte per realizzare quei sogni che li avevano portato fin qui, rientrano, da sconfitti, ma rientrano.
Qualcuno si potrebbe chiedere a questo punto "ma cosa volete", vi lamentate di non avere il lavoro e perciò di essere infelici. Venite su al nord, lo trovate, e lo stesso siete infelici. "Cosa volete veramente?".
Io credo che ciò che vorremmo veramente è che tutte le nostre speranze non fossero riposte nelle nostre valige ma nelle mani di chi ha il potere di cambiare le cose in meridione. Qui mi rivolgo alle forze politiche, al mondo industriale, ai sindacati, a noi stessi che poco lottiamo per qualcosa che è nostro diritto di uomini, a chi sente il dovere di dare una soluzione finale a questo dramma su cui si sta speculando in lungo e in largo da molti decenni, creare lavoro!
Dateci quello che chiediamo, dateci delle risposte nell'interesse del meridione ma non solo. Non vogliamo false promesse nell'interesse di pochi. Basta illuderci che qualcosa un giorno possa cambiare!
Un vecchio statista che ci ha governato, che Dio ci liberi da tali uomini, diceva "Volere è potere". Vero, verissimo, se si vuole veramente fare qualcosa per questo sud disoccupato, allora voi che avete il potere di fare qualcosa, fate, ma fatti, non chiacchiere.
Cito un nostro proverbio: "Cù chiacchiere e tabacchere è linno nun se ne cantano misse in da stu cunvento", la cui traduzione morale tutto sommato dice che con le chiacchiere non si raggiungono risultati, quelli che contano veramente sono i fatti. Allora tutti insieme, noi e voi, classe dirigente, industriali, sindacati e chiunque possa dare un contributo concreto, ci dobbiamo dare da fare, dobbiamo creare lavoro dove lavoro non c'è.
Mi auguro che un domani veramente si faccia qualcosa di concreto, che qualcuno prenda seriamente la questione e dia risposte a quelle centinaia di migliaia di giovani disoccupati del sud, i quali gridano sottovoce, giorno per giorno, il loro dramma, il loro diritto ad avere un lavoro. Un giorno tornerò nella mia terra, tra la mia gente, con quella valigia con cui ero partito portando in essa le mie speranze, spero ripiena di dignità acquisita con una vita spesa, onestamente, a lavorare.
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