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A 2150 gradi Farenheit fonde la ghisa
anno 8 - novembre dicembre '99 - n. 4
Direttore Antonio Aldrighetti Direttore Responsabile Enzo Righetti Coordinamento Maria Luisa Perini
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Grande è il disordine sotto il cielo; la situazione è dunque eccellente!
di Gigi Copiello, Segretario Generale Fim Cisl Veneto
Fossa ha riaperto il fuoco sulla struttura della contrattazione, tra CISL e CGIL è scontro anche sul ruolo della contrattazione decentrata, la globalizzazione rimette in discussione prodotti, organizzazioni e qualche volta reparti o intere fabbriche.
"Nessun dorma".
50 anni fa, all'inizio dell'industrializzazione in Italia, la CISL lanciò la contrattazione aziendale : solo un grande decentramento del sindacato poteva vedere attivi i lavoratori ed il sindacato nelle fabbriche che andavano via via a nascere e crescere.
Non fu facile: i padroni erano contro, la CGIL pure. Non solo : i lavoratori oscillavano tra passività e antagonismo: la fabbrica era per alcuni il paradiso, per altri la galera, ma per gli uni e per gli altri nulla doveva o poteva cambiare.
Non fu facile: ma cambiarono le opinioni dei padroni, della CGIL, cambiarono anche i rapporti nelle fabbriche, se non le fabbriche stesse.
Oggi a cambiare sono in primo luogo le fabbriche : tecnologie elettroniche ed informatiche, nuove organizzazioni, nuovi prodotti. Daccapo, gli schieramenti si riformano come un tempo, tra chi accetta tutto e chi si oppone ad ogni cambiamento. Daccapo, la questione è il ruolo, il peso, dati alla contrattazione decentrata.
Non entro qui nel merito delle discussioni nazionali: dico solo che allora come oggi i fatti contano come le opinioni. E qui, nel Veneto, nel NordEst, nel nuovo centro dell'industria metalmeccanica italiana, possiamo fare fatti di decisiva importanza.
La flessibilità amica.
La flessibilità è la bestia nera del sindacato da almeno vent'anni (i lacci e lacciuoli che la buonanima di Carli voleva tagliare al finire degli anni '70).
Ha prodotto tanta precarietà(nelle assunzioni, negli orari, nei posti); ma col tempo ha anche aperto nuovi spazi: il lavoratore non è più solo un numero, ma una risorsa, con la sua testa e le sue esigenze. La gamma di orari acquisita con l'ultimo contratto nazionale (esigibilità delle riduzioni d'orario, dei part-time e dei congedi, banca delle ore), può essere arricchita prendendo per le corna la flessibilità d'orario: se le aziende devono respirare (per dirla alla Volkswagen), il lavoratore ha lo stesso diritto. Proponiamo una discussione su questa ipotesi: strutturare l'orario su 9 ore giornaliere può consentire 36 settimane cortissime (9 ore x 4 giorni) alternate a 12 lunghe (9 ore per 5 giorni).Può cambiare la vita, liberare tanti giorni per tante settimane, senza costi per l'impresa, anzi con vantaggi laddove si risparmia sulle scorte dei semilavorati e sui magazzini dei finiti. Può cambiare la vita, come gli orari già in essere in alcune aziende che vedono i turnisti fare 7 ore ed uscire alle 20 piuttosto che alle 22, o lavorare 30 ore di notte piuttosto che 36 o 40.
Il tutto a parità di salario e magari qualche lira pulita, perché la fabbrica respira, perché le macchine girano, senza sporcarsi le mani con gli straordinari.
Redditività, produttività, etc.: primo, non regalare.
Ognuno può capire che le imprese sono alla disperata ricerca di migliori risultati. Non sono scherzi: se non sono i tedeschi, sono gli italo-rumeni a metterti a terra. Ma sono soldi: chi sta sul mercato, non piange di certo.
C'è qualche bello spirito che vorrebbe fermare il mondo: tornare ai vecchi premi, fissi, poco variabili: pochi, maledetti e subito. E' un regalo; non possiamo permettercelo.
Le imprese vorrebbero costringerci alla sola redditività: è un altro regalo (della produttività e della qualità) e non possiamo permettercelo.
Siamo partiti 4 anni fa con alcuni, a volte rudimentali strumenti: oggi possiamo e dobbiamo fare di più e meglio: metterli in campo tutti, ivi compreso il salario professionale, che misura e paga le competenze.
E senza più sconti per la formazione fantasma.
Piccole è grande. E noi vogliamo crescere.
La Confindustria vuole riformare la contrattazione a partire dal Sud. Questo è risparmio, non riforma. Cominci piuttosto dal Nord : qui milioni di lavoratori sono esclusi da ogni contrattazione se non dei minimi, e campano di superminimi e di straordinari.
Il sindacato ricordi che non è fatto solo di pensionati e lavoratori di medio-grandi aziende.
Questo tema non è più rinviabile: c'è una grande lite in corso sulla legge che prevede le RSU nelle piccole aziende. Volere una legge quando si esclude la contrattazione territoriale nelle piccole aziende, o è una fuga in avanti o è una merce di scambio.
Noi dobbiamo fare i contratti, nelle piccole aziende.
Laccordo sulla flessibilità dorario alla FIP di Selvazzano (PD) si segnala perché ha portato ad una riorganizzazione molto forte degli orari di lavoro, con benefici per i lavoratori oltreché per lAzienda.
Laccordo infatti prevede
Nei mesi di settembre e ottobre 1999:
4 giornate di lavoro, da lunedi a giovedi,
di 8 ore, per 32 ore settimanali
Nei mesi di novembre - dicembre 1999 e gennaio 2000
5 giornate di lavoro, di 9 ore, da lunedi a giovedi
e di 7 ore al venerdi, per 43 ore settimanali
Sono quindi alternate settimane cortissime (di 4 giorni) a settimane "normali" (il venerdi è corto e il sabato comunque libero).
Laccordo, sperimentale, è per ora limitato al reparto montaggio - linea. Nellaccordo sono inoltre previste 4 assunzioni.
La riforma del sistema pensionistico
di Maurizio Beretti - Cisl Nazionale
In tutti gli stati europei negli ultimi dieci/quindici anni i sistemi di sicurezza sociale hanno manifestato molteplici e diverse difficoltà di equilibrio finanziario derivanti da un'evoluzione negativa demografica e del mercato del lavoro e dalle esigenze di riequilibrio della finanza pubblica. Alle difficoltà di ordine finanziario si sono poi affiancate quelle derivanti dall'incapacità dei sistemi di Welfare di far fronte ai mutamenti prodotti nel mercato del lavoro dalle innovazioni dei processi produttivi, e più in generale dalla incapacità di rispondere adeguatamente a una domanda di servizi sociali nuova, diversa e fortemente differenziata.
Le esigenze della finanza pubblica hanno sempre condizionato in questi anni gli interventi sulla spesa sociale, caratterizzandoli più come interventi volti a produrre risparmi di spesa che come interventi riformatori. Si è trattato infatti essenzialmente di riforme del sistema pensionistico mirate a un contenimento della spesa previdenziale.
L'insieme degli interventi ha effetti molto forti sulle previsioni della spesa pensionistica. Le stime della ragioneria generale davano prima del 1992 una previsione di crescita della spesa fino al 22% del Pil negli anni attorno al 2035; le previsioni effettuate dopo i successivi interventi indicano invece un ammontare di spesa alla stessa data inferiore al 14%, dopo una punta attorno al 16% (la cosiddetta gobba). Va notato che nello stesso periodo la Unione europea prevede che la spesa pensionistica tedesca e francese arrivi al 17% del Pil.
Gli interventi sono stati quindi radicali ed efficaci ed improntati nel loro complesso a principi di equità con l'eliminazione di una parte notevole delle differenze esistenti tra i diversi regimi pensionistici.
Nonostante gli effetti delle riforme effettuate si chiede un ulteriore intervento sul sistema pensionistico ed in particolare la riduzione/eliminazione del periodo transitorio.
Il sistema contributivo a regime è in equilibrio, non il sistema pensionistico nel suo insieme nonostante le limitazioni di età anagrafica introdotte per le pensioni di anzianità. Sotto questo aspetto non vi è dubbio che il periodo transitorio costituisce un problema per il sistema pensionistico
Si dimentica tuttavia spesso che la spesa pensionistica per sua natura non è una spesa rapidamente riducibile dato che deriva da uno stock di diritti accumulati ed esistenti, stock ampio soprattutto se si è largheggiato nel riconoscimento di questi diritti e/o privilegi.
Scontiamo oggi, e per un lungo periodo, non le pensioni future, ma quelle in essere. Immaginare una riduzione della spesa pensionistica in termini di Pil di 3/4 punti percentuali in pochi anni è semplicemente impossibile. Un intervento di tale portata infatti equivale a un taglio di circa 80.000 miliardi: nessuna operazione sull'anzianità o sull'estensione del contributivo può dare risultati di questa portata.
Naturalmente una accelerazione eliminazione del periodo transitorio previsto dalla legge 335 per quello che concerne le pensioni di anzianità o il passaggio per tutti al sistema contributivo contribuirebbe a ridurre la dinamica della spesa riducendo il tempo necessario all'esaurimento dello stock esistente e ad affrontare il cosiddetto problema della "gobba" indicata dal Tesoro nell'andamento del rapporto spesa pensionistica/Pil.
Non vanno tuttavia dimenticate le motivazioni che hanno portato all'introduzione della divisione in base all'anzianità contributiva nel 1992 e che hanno portato ad una sua riconferma nel 1995 (è stata infatti la riforma Amato ad introdurre questa divisione).
Innanzitutto il problema del consenso. Se il nostro paese è stato, se non l'unico, uno dei pochi che ha introdotto radicali cambiamenti nel sistema pensionistico è perché questi cambiamenti sono stati resi possibili dalla ricerca del consenso sociale, consenso che indubbiamente "costa". Ma la dove si è voluto procedere senza questo consenso le riforme non vi sono state. E il consenso è stato ottenuto anche con questa divisione.
Un secondo elemento considerato è stato quello derivante dai tempi necessari per avere una pensione integrativa. L'introduzione del calcolo della pensione sull'intera vita lavorativa (Amato e sistema contributivo) comporta una sensibile diminuzione dei tassi di copertura pensionistica rispetto all'ultima retribuzione, rendendo necessaria un'integrazione previdenziale. Per avere una sufficiente pensione integrativa peraltro sono necessari un certo numero di anni di contribuzioni. Si può certo discutere sulla congruità della divisione a 15/18 anni, non certo della necessità di tutela sotto questo aspetto dei lavoratori più anziani rispetto a tagli improvvisi della rendita pensionistica.
Queste motivazioni a favore della divisione della platea dei lavoratori presenti nel 1992 e nel 1995 permangono ancora oggi e d'altra parte nulla è mutato nella situazione economica e nella spesa pensionistica tra giugno e settembre di quest'anno per giustificare un cambiamento di posizione rispetto al rifiuto unitario delle ipotesi governative di intervento sulle pensioni.
Vanno poi chiariti alcuni effetti del passaggio al contributivo. Se è vero che le perdite di copertura pensionistica sarebbero minime per chi è prossimo alla pensione, sarebbero invece via via maggiori per chi nel 1995 aveva solo per poco superato la soglia dei 18 anni di contribuzione. Si afferma comunemente che pensionandosi a 62 anni questi lavoratori non subirebbero perdite o comunque le ridurrebbero in misura notevole e questo è indubbiamente vero. Ma questo significa naturalmente aumentare gli anni di lavoro.
Andare in pensione a 62 anni invece che a 57 significa lavorare per 40 anni per chi ha iniziato a lavorare a 22 anni, o lavorare per 37 anni per chi ha iniziato a 25 anni. Ma andare in pensione a 62 anni per chi invece ha iniziato a lavorare a 17 significherebbe dover lavorare per 45 anni; solo in questo caso infatti le perdite derivanti dal nuovo metodo sarebbero eliminate o quanto meno ridotte. Questa situazione è indubbiamente pesantemente diversa da quella attuale.
Il passaggio al contributivo quindi determina in ogni caso per i lavoratori che hanno iniziato presto a lavorare un sensibile peggioramento nell'età di accesso al pensionamento, oppure una diminuzione di rendita pensionistica.
In alternativa al passaggio immediato per tutti al sistema contributivo viene avanzata la proposta di abolire le pensioni di anzianità o di innalzare drasticamente i requisiti anagrafici e/o contributivi.
Le pensioni di anzianità, unitamente ai prepensionamenti e alle pensioni liquidate con requisiti di anzianità ridotti, costituiscono certamente un problema dal punto di vista della spesa. Parte di quella spesa ha tuttavia sostenuto rilevanti processi di ristrutturazione che hanno comportato la perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro nell'industria, pensiamo alla siderurgia, e nei servizi. Questo è avvenuto in tutti o quasi i paesi europei dove i processi di ristrutturazione sono stati assistiti dall'intervento dello stato in termini di prepensionamenti espliciti o travestiti.
Infine la spesa dei trattamenti in età anticipata ha svolto in Italia una funzione suppletiva degli ammortizzatori sociali, poiché i sostegni al reddito previsti per molti lavoratori è stata (ed è tuttora) bassa e di breve durata, oppure del tutto assente.
Le "giustificazioni" della spesa per prestazioni anticipate sono quindi molteplici.
Essere licenziati dopo i cinquant'anni e non avere possibilità di andare in pensione o di essere accompagnati alla pensione nei limiti di alcuni periodi di CIG o di mobilità, significa oggi essere privati di qualsiasi sostegno di reddito.
Chiedere contemporaneamente l'elevazione dell'età pensionabile, maggiore flessibilità in uscita, svecchiamento della forza lavoro, costituisce un insieme di misure non accettabili non solo da un sindacato, ma nemmeno da un paese civile che abbia a cuore la coesione sociale o che non intenda semplicemente trasferire un ammontare di spesa da un capitolo all'altro del welfare.
Questo non vuol dire naturalmente che il pensionamento anticipato sia il sistema migliore per risolvere il problema delle ristrutturazioni, dello svecchiamento della forza lavoro, della disoccupazione in tarda età. Vi possono essere strumenti più equi e più efficienti, quello che non è accettabile è che si possa pensare di eliminare le pensioni di anzianità in assenza di strumenti alternativi di sostegno al reddito.
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