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A 2150 gradi Fahrenheit fonde la ghisa

anno 7 - maggio giugno ‘98 - n. 3

Direttore Antonio Aldrighetti Direttore Responsabile Enzo Righetti Redazione Stefano Boschini, Nicola Lunardi, Antonio Pizzolo, Mariano Tondini, Luca Viviani, Marta Zantedeschi Coordinamento Maria Luisa Perini

INDICE:


La grande CISL vista dal basso

Unità sindacale, Grande Cisl, autonomia dai partiti sono temi riportati prepotentemente all’attualità dentro la nostra Confederazione dall'assemblea svoltasi a Napoli alla fine di maggio.
In quell'occasione D'Antoni ha proposto la costituzione di un'alleanza tra le organizzazioni di area cattolica che intervengono nel sociale (Cisl, Acli, Compagnia delle opere, Confartigianato, volontariato, ecc.).
I giornali hanno ampiamente parlato della questione collegandola al disegno politico di costruzione di un "Grande Centro" di cui molto si chiacchiera in questi mesi.

 Cambia il modo di essere lavoratori dipendenti.

L'analisi che fonda la proposta è la seguente.
Siamo di fronte a radicali cambiamenti nel mondo del lavoro. Sempre meno lavoratori sono occupati in grandi aziende, mentre sono sempre più le piccole e piccolissime imprese a creare occupazione. E' un processo che almeno nel Nordest dura da più di vent'anni e che come Fim di Verona abbiamo analizzato alla fine degli anni Settanta.
Solo oggi la dirigenza nazionale della Cisl sembra esserne folgorata.
Una delle conseguenze di questo mutamento è che il rapporto di lavoro diviene sempre più precario: sono sempre meno i posti garantiti e stabili, mentre aumentano enormemente le forme di lavoro flessibili e con poche certezze.
Di fronte a questi radicali cambiamenti, la dirigenza della Cisl pensa che il sindacato non sia più in grado organizzativamente di mantenere i contatti direttamente e autonomamente con tutte le forme di lavoro diffuse nel territorio.
Ritiene quindi di ovviare a questa sua carenza alleandosi esplicitamente con altre associazioni di matrice cattolica, come la Cisl è ancora convinta di essere, che intervengono variamente nel sociale. La ricomposizione finale del mondo del lavoro non sarà più garantita esclusivamente dal dibattito interno al sindacato, ma dalle trattative e dagli accordi fra gli alleati di questo Grande Centro Sociale di cui il sindacato accetta di essere solo una delle componenti.

 Parole e musica

La prima impressione che questo progetto rimanda è che si cantino parole sindacali su una musica tutta politica.
E' facile che qualcuno, dentro l'organizzazione parli di Grande Centro Sociale pensandolo come premessa al Grande Centro Politico. Che individualmente qualcuno pratichi questa strada ci è del tutto indifferente. Che cerchi di imporlo come linea di marcia di tutta l'organizzazione lo troviamo delirante. Il nostro disaccordo non dipende da una diversa valutazione politica ma dalla certezza meditata che l'analisi che fonda questo progetto è sindacalmente sbagliata e che i suoi effetti sull'organizzazione si rivelerebbero immediatamente devastanti. Ma è un'impressione e ci auguriamo venga velocemente smentita.
La cosa certa è che a questo disegno si sottende un'analisi immobilista e calcificata del sindacato. La Cisl a livello nazionale è oggi l'organizzazione dei dipendenti pubblici, dei pensionati e dei lavoratori maschi adulti occupati nelle aziende private medio grandi. Eccetto alcune zone, come il nordest, in cui la sperimentazione verso i dipendenti giovani delle microimprese è stata una questione di vita e di morte per alcune categorie, l'organizzazione nel suo complesso non ha fatto il minimo sforzo per adeguarsi a questo mutamento radicale del sistema produttivo e delle forme nuove in cui si viene configurando il lavoro dipendente.

 La piccola Cisl

Il processo è talmente progredito nell’assurdità totale dell'organizzazione che oggi la Cisl non trova di meglio che dichiarare la propria impotenza di fronte a questo mastodontico impasto di piccolissime imprese e di frantumazione operaia. Anziché far opera di autocritica e rendersi conto che tutto ciò è potuto accadere anche per il suo cieco astensionismo in argomento, alza le mani e proclama la propria impotenza a svolgere il suo ruolo fondante: la rappresentanza adeguata di tutti, ma proprio tutti, i lavoratori dipendenti. E intende delegare esplicitamente una parte dei suoi compiti alle Acli e al volontariato.
La cosa curiosa è che, nel momento in cui l'organizzazione dichiara la propria sconfitta e la propria incapacità di coprire organizzativamente tutti i suoi naturali e potenziali associati, nel momento in cui per bocca dei suoi dirigenti restringe esplicitamente i suoi compiti e si rassegna strategicamente a essere più piccola, gli stessi dirigenti parlano di Grande Cisl. Questo dimostra semplicemente che le parole sono più flessibili delle cose.
Ma i miti fantasiosi non cambiano la realtà, la travestono per lo spazio di un convegno.

 Un modo per non cambiare

Grande e piccolo sono puri suoni retorici senza significato se non si dispone di un metro che ci permetta di quantificarli. Il metro per giudicare la grandezza di un sindacato è la percentuale di associati che esso organizza rispetto alla totalità dei lavori dipendenti esistenti sul suo territorio. La Cisl non diventa più grande se rinuncia intenzionalmente a organizzare gli operai giovani delle piccole imprese e neppure se costoro frequentano il Bar Acli del paese.
C’è però una riflessione che ci sembra rilevante, "a prescindere".
Il sindacato rimane se stesso solo in quanto resta fedele nel tempo al suo compito fondante di rappresentare e tutelare i lavoratori dipendenti, tendenzialmente nella loro totalità.
Se muta storicamente il modo di lavorare, il sindacato deve velocemente modificare ideologia, struttura organizzativa, gruppi dirigenti e forme di rappresentanza per continuare ad adempiere nel modo migliore il suo unico dovere. Invece i dirigenti odierni della Cisl delegano ad altre associazioni di compiti di rappresentanza di settori crescenti del mondo del lavoro nei confronti dei quali si dichiarano serenamente inadeguati.
Fantasticando su alleanze organizzative, realizzano di fatto l'unico solido obiettivo di evitare accuratamente di misurarsi con la realtà, di mettersi in discussione e di cambiare. Non possiamo e non dobbiamo avere paura delle alleanze. In passato, per tutelare meglio gli interessi dei lavoratori, ci siamo trovati con compagni di viaggio inaspettati. In alcune occasioni, in cui gli interessi concretamente coincidevano, ci siamo trovati a fianco delle nostre naturali controparti. La strada giusta è decidere di volta in volta e sulle singole questioni, escludendo seccamente di intrecciare alleanze preordinate. Se si rappresentano interessi diversi può capitare di avere contemporaneamente obiettivi tattici comuni pur conservando fini strategici contrapposti.

 Le nuove prospettive fantasiose servono a dimenticare la concretezza.

La questione che lascia perplessi in questo dibattito riguarda la prospettiva unitaria. Abbiamo più volte ribadito che, cadute le divisioni ideologiche, la costituzione di un nuovo soggetto sindacale unitario è utile se non indispensabile per rappresentare al meglio i lavoratori. Si eviterebbero fra l'altro tutti quegli sprechi che oggi sono giustificati unicamente dalla permanenza di una burocrazia sindacale triplicata che ormai risulta incomprensibile anche per i nostri militanti più fedeli.
Sulla strada dell’unità le difficoltà non sono poche.
Sono troppe le dichiarazioni di intenti e troppo pochi gli atti formali. Ognuno di noi ha le sue colpe e, come sempre succede, è più facile vedere quelle degli altri che le nostre.
L'Assemblea di Napoli, per le proposte che ha prodotto rischia di essere un ulteriore intralcio sulla strada dell’unità. E' facile comprendere come elaborazioni di alleanze e di modelli sindacali condotti da una sola organizzazione finiscano per creare difficoltà nel rapporto con le altre.
Se vogliamo costruire un sindacato unitario dobbiamo discutere assieme anche di queste questioni, pena dichiarare astrattamente intenti unitari e incamminarci concretamente su strade che portano in direzioni opposte.
E' necessario riprendere subito il dibattito tra confederazioni e, dove è possibile, sperimentare forme di unità vera che consentano di rimuovere gli ostacoli, sapendo che processi di questa natura sono possibili solo se esiste la disponibilità ad affrontare tutti i problemi evitando di pensare di possedere soluzioni preconfezionate. L’unità sindacale è possibile oltre che utile: lavoriamoci tutti con convinzione.

 Solo il sindacato più grande possibile è un sindacato adeguato ai fini.

Altra questione riguarda l'autonomia. In un sistema bipolare il rischio di caduta di autonomia dai partiti e dai governi è quanto mai presente. I lavoratori che si riconoscono nel sindacato hanno fortunatamente idee diverse politicamente, ideologicamente e religiosamente. Il sindacato deve tutelare i loro interessi concreti nel rapporto con le controparti pubbliche e private senza lasciarsi influenzare da appartenenze ideologiche o partitiche o peggio ancora da ipotesi istituzionali che non gli competono come organizzazione. Nel passato abbiamo fatto grandi battaglie per l'autonomia e i risultati si sono visti, ma su questioni di questa natura la guerra non è mai vinta e i rischi sono costantemente presenti. I problemi che quotidianamente ci troviamo ad affrontare ci impongono di lavorare per aumentare la nostra forza e la nostra capacità autonoma di rappresentanza. Solo se faremo nostri gli interessi di tutti i lavoratori, rispettandone integralmente le opinioni, sapremo essere al di sopra delle parti politiche e costruire la Cisl più forte e più grande senza bisogno di teorizzare la Grande Cisl.

 MALATTIA a cura di Massimo Castellani - patronato INAS Verona

 NORME IN VIGORE

Il lavoratore deve avvertire l’azienda il primo giorno di assenza per malattia, anche telefonicamente.
Entro il secondo giorno di assenza (anche in caso di prosecuzione della malattia) è obbligatorio l’invio del certificato medico.
I lavoratori con qualifica di operaio devono, inoltre, inviare alla locale sede dell’INPS copia del certificato di diagnosi per indennità di malattia entro due giorni dal rilascio.

N.B. questo obbligo non sussiste per gli impiegati in quanto l’indennità di malattia è totalmente a carico del datore di lavoro.

Visite fiscali

Durante l’assenza per malattia il lavoratore deve rispettare le fasce orarie (dalle 10,00 alle 12,00 e dalle 17,00 alle 19,00) e rimanere presso il domicilio indicato nel certificato.
Molte giustificazioni di assenza dal domicilio durante le fasce orarie, (campanello che non suona, mancanza del nome nel campanello) non possono essere accolte a seguito di un orientamento dato da numerose sentenze della Corte di Cassazione.
La non reperibili, durante le fasce orarie, trova accoglienza solo in rarissimi casi da parte dell’INPS o del Pretore del lavoro.

Ferie

L’insorgere della malattia durante il periodo di ferie, interrompe queste ultime soltanto in due casi:

- ricovero ospedaliero indipendentemente dalla durata del medesimo;

- malattia con prognosi superiore a 7 giorni e in tal caso le ferie si interrompono fin dal 1° giorno.

CERTIFICATI DI MALATTIA

Con sempre maggiore frequenza pervengono all’INPS certificati di malattia non compilati o compilati non correttamente.
L’omessa o non corretta compilazione comporta spesso l’impossibilità da parte dell’INPS di riconoscere l’indennità di malattia spettante con la conseguente perdita del diritto economico da parte del lavoratore.
Indichiamo di seguito le modalità cui attenersi per l’esatta compilazione del certificato medico:
Il certificato di malattia deve pervenire all’INPS e all’Azienda entro due giorni dal rilascio.
Può essere consegnato direttamente o spedito per raccomandata con ricevuta di ritorno.
Il certificato medico compilato correttamente deve contenere le seguenti indicazioni:

- codice fiscale;

- cognome, nome, data e luogo di nascita;

- eventuale diverso recapito durante la malattia;

- matricola INPS dell’azienda;

- dati dell’azienda;

- settore di lavoro (crocetta sul quadro c);

- data del rilascio, della prognosi e barratura delle caselle per specificare se è l’inizio o la continuazione della malattia.

INDENNITA’ ECONOMICA DI MALATTIA

Cos'è importante sapere

1) Periodi di assenza per malattia non integrata da parte del datore di lavoro:
dal 1 gennaio 1997 il periodo massimo di accredito figurativo per l'assenza di malattia - limitato in precedenza ad un anno (52 settimane) - sale al ritmo di due mesi ogni tre anni, fino a raggiungere il tetto di due anni (104 settimane) nell'intera vita lavorativa.
2) La riforma delle pensioni (L. 335 del 1995) ha stabilito che, a partire dall'ottobre 1996, i periodi di malattia che superano i 12 mesi nell'arco della vita assicurativa, sia con contribuzione intera o ridotta, ad eccezione dei malati terminali, sono valutati ai fini pensionistici, sia per il diritto che per la misura, al 50%.

Ultima ora: i primi giorni di giugno 1998 il consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge da approvare in Parlamento, in cui i periodi di malattia superiori all'anno sono considerati nella misura del 50% solo ai fini della misura della pensione e sono validi in tutto al fine del diritto.

Dov’è Tregnago? Tra Lakeland e Aszar di Giancarlo Montagnoli

 "Quando arrivi a un bivio, imboccalo!", cosi raccomandava Borges, il più globale dei poeti contemporanei.
E così ha fatto la Fim di fronte alla situazione aziendale della Mo.Mo., azienda di Tregnago che occupa 450 dipendenti, di cui 150 nella sede principale e altri 300 circa nella quindicina di aziende collegate, tutte localizzate lungo la Val d’Illasi.
Il bivio era discutere di globalizzazione e/o di possibili esuberi.
Infatti, la Breed, potente multinazionale proprietaria della società, è fortemente attratta dalla possibilità di spostare altrove nel mondo alcune fasi delle attuali lavorazioni.
E così, mentre continuano gli incontri sindacali in azienda, una sera di aprile è stata convocata un’assemblea nella sala civica di Tregnago dove Felice Roberto Pizzuti, docente all’università La Sapienza di Roma, Ivo Visonà, vicedirettore dell'Associazione degli Industriali veronesi, Pier Paolo Baretta, leader nazionale dei metalmeccanici della Cisl, Giuliano Ghillani, manager della Mo.Mo., e Mario Zampedri, sindaco di Tregnago, si sono trovati a discutere di globalizzazione e, insieme, delle strategie del signor Allen K. Breed, che dal suo ufficio di Lakeland (Florida) decide sulle 57 localizzazioni che ha sparse in tutti i continenti.
Avendo avuto l’occasione di essere presente come moderatore al tavolo dei relatori, provo a svolgere alcune considerazioni sulla serata, senza entrare, ovviamente, nel merito della vertenza sindacale non avendone ruolo.
E’ stata una iniziativa utile, soprattutto perché, evitato volutamente il rischio di diventare una trattativa in diretta, ha dato l’idea della complessità dello scenario in cui siamo immersi. In sala si percepiva che l’attenzione era tutta rivolta a capire quali sono le vere intenzioni del management sulle produzioni e, quindi, sull’occupazione, ma l’attenzione con cui è stato seguito anche l’intervento del professore universitario, necessariamente di carattere generale, dimostra che c’è voglia di capire da che parte stiamo andando.
E’ stata una conferma della necessità di fare il quadro dell’industrializzazione veronese. Ragionare di una impresa che era partita da un retrobottega di borgo Venezia per affrontare il rapporto con un colosso multinazionale è un pezzo importante della storia del Nordest. Ma, come ha dimostrato il dibattito, non basta ripercorrere la storia di una azienda o di un imprenditore quanto, piuttosto, di prevedere un lavoro di studio e di analisi per confrontare due periodi distanti non più di trent’anni (gli anni ’60 e gli anni ’90) cercando di capire quali sono stati i fattori di successo di allora e quali possono essere oggi, dall’intervento dello Stato a quello dell’ente locale, dall’iniziativa del singolo alla disponibilità della comunità locale.
Il posto di lavoro si salva in fabbrica, ma, sempre di più, sul territorio. E’ un’idea già diffusa nella cultura sindacale e che è già stata praticata anche nella zona dove le crisi aziendali non sono una novità. Ma, mentre negli anni ’60, la Mo.Mo. ha potuto trovare manodopera anche per la precedente crisi del cementificio, oggi gli strumenti sono più complessi e sofisticati. L’ha detto il sindaco, ricordando che Tregnago, come molti altri comuni della provincia veronese, è inserito nell’obiettivo 5b, strana formula che sta ad indicare che l’Europa è tutt’altro che un fatto astratto o una tassa da pagare, ma, invece, può portare risorse utili a sostenere lo sviluppo.
Ma tutti devono fare la loro parte. Certo il sindacato, ma anche le famiglie. Non si può non ricordare che, mentre tutti dicono che l’istruzione è importante, a Tregnago la percentuale di diplomati è inferiore a quella della provincia e che, questa, è a sua volta inferiore a quella del comune di Verona. In altre parole, l'investimento sul futuro è anche un fatto che riguarda gli individui, non solo le società locali.
Infine, la globalizzazione, questo fenomeno che investe il mondo intero e che costringe il lavoro e i lavoratori a fare i conti con il mercato mondiale, con l’innovazione tecnologica, soprattutto con la rapidità dei cambiamenti. In questo caso, il problema è la differenza di costo del lavoro tra 30.000 lire all’ora a Tregnago e 6.000 lire a Aszar (Ungheria). Pur non accettando un confronto così secco, perché altri fattori giocano a favore delle nostre zone, è difficile pensare di resistere a lungo se non si mettono in campo incentivi per le imprese, interventi sul costo del lavoro, abbassamento della pressione fiscale, maggior professionalità e flessibilità del lavoro. Ma, soprattutto, non si potrà governare le ricadute locali della globalizzazione se ci si rifiuterà di affrontare il problema per quello che è, senza rinchiudersi nei localismi. Questo discorso andrebbe maggiormente approfondito, anche da parte sindacale, qui nel Nordest, dove l’idea leghista è forte ed ha dalla sua parte il fascino della difesa del territorio. Come è possibile rispondere positivamente a questa giusta esigenza senza rinunciare a chiudersi di fronte ai nuovi scenari che si aprono nel mondo?
Pier Paolo Baretta, segretario generale della Fim Cisl, ha dato alcune risposte ai tanti problemi nuovi che il sindacato deve affrontare al nord come al sud del Paese. Il suo, ovviamente, è stato un intervento centrato sul livello nazionale. Il problema, però, investe tanto il centro quanto la periferia, dove l’iniziativa è più frammentata, più caso per caso, con una riflessione d’insieme ancora insufficiente
Insomma, se l’assemblea pubblica di Tregnago rimarrà isolata, potrebbero aver ragione quelli che hanno avuto il sospetto malizioso di un diversivo rispetto alla cruda realtà del posto di lavoro in pericolo, ma, se ci sarà un seguito, magari in un’altra parte della provincia o nell’azione culturale complessiva del sindacato, la Fim di Verona avrà conquistato un altro punto a favore suo e dei suoi iscritti.

 Riportiamo alcuni passaggi del Documento conclusivo della Consulta Nazionale Giovani FIM

 Il 7, 8 e 9 maggio scorsi si è riunita a Cortina D'Ampezzo (BL) la terza Consulta Nazionale Giovani Fim Cisl che ha visto la partecipazione di 82 giovani provenienti da quasi tutte le parti d'Italia.(...)
Vogliamo un'organizzazione che sia maggiormente spugna e promozione sociale delle importanti novità che ci circondano. Dagli ultimi dati delle ricerche sul proselitismo emerge che in molte regioni i giovani sotto i 30 anni sono circa il 45% dei lavoratori, tutto ciò deve obbligarci a ridiscutere scelte e priorità organizzative.(...)
Crediamo che il più grosso patrimonio resti la gratuità dell'impegno di migliaia di uomini e donne della Fim. Pensiamo che all'interno della nostra organizzazione si dovrà sempre più allargare la possibilità di accogliere l'impegno di molti superando le resistenze che pregiudicano questa offerta di militanza.
Come giovani Fim vogliamo ristabilire un dialogo intergenerazionale per recuperare la memoria ed acquisire una maggiore consapevolezza della nostra storia.

I giovani Fim

(...)Ad un anno di distanza rispetto a quanto scritto e votato nella tesi 47 all'ultimo congresso nazionale della Fim Cisl, non troviamo ancora piena applicazione dei suoi punti principali:

• i coordinamenti territoriali giovani ,

• la formalizzazione del RAG responsabile aziendale giovani,

• maggiore attenzione e promozione della partecipazione dei giovani delegati nelle piccole aziende destinando loro risorse necessarie all'espletamento del loro ruolo,

• la formalizzazione e l'attivazione di tutti i coordinatori regionali.

Chiediamo quindi, che la struttura nazionale si faccia garante dell'applicazione di quanto deciso ai vari livelli di rappresentanza, soprattutto laddove si notano evidenti carenze non sempre imputabili alla mancanza di giovani.
Riteniamo sia importante investire più risorse per i giovani militanti della Fim, che necessita di un ricambio generazionale a tutti livelli con adeguata preparazione e competenza.

Sul contratto

Pensiamo ad una parte normativa forte su inquadramento, orario ma in particolar modo su diritto allo studio, formazione e flessibilità per impegno sociale etc. (...)Nelle prossime settimane elaboreremo dei documenti, frutto della campagna di indagine conoscitiva con migliaia di questionari raccolti in tutta Italia e delle riflessioni dei gruppi di lavoro dei coordinamenti giovani fim.
(...)Riteniamo che questo lavoro debba essere un banco di prova del coinvolgimento effettivo dei giovani nelle scelte dell'organizzazione, in questo caso rispetto al contributo per la stesura della piattaforma. Successivamente estenderemo l'iniziativa a livello unitario.

La Cisl

Crediamo che la confederazione debba prevedere una politica per i giovani, oggi soltanto annunciata. La proroga dei mandati delle segreterie non crediamo vada in questo senso. (...) Riteniamo il coinvolgimento dei giovani, l'unica vera possibilità affinché sui temi che li riguardano, (ad es. formazione professionale, riforma dello stato sociale, etc.) non si continui a scegliere prescindendo dal loro coinvolgimento.
Le politiche di adeguamento del mercato del lavoro non hanno tenuto in considerazione la platea di giovani lavoratori/trici che, immolati da altri sull'altare dello scambio, devono subire forme di assunzioni con strumenti che hanno solo consentito sconti fiscali senza alcuna contropartita vera in materia di formazione professionale.
Pensiamo che siano stati cosa utile i contratti d'area di Crotone e Manfredonia ma che la deroga alla formazione sia assolutamente ingiustificata per assunzioni di apprendisti.
Siamo convinti che le possibilità per l'organizzazione di accogliere l'impegno improntato alla gratuità dipenderanno sempre più dai comportamenti coerenti del gruppo dirigente.

Oltre la soglia

 La "strana" casualità, non tanto casuale, che negli ultimi periodi ci ha fatto incrociare i percorsi più diversi ma per alcuni versi convergenti con gli obiettivi che ci siamo dati come FIM di Verona, questa strana casualità, dicevo, ci ha offerto l’occasione di un incontro con due collaboratori dello staff dell’attore Marco Paolini, Cristina Palumbo e Carlo Cavriani, autori dell’articolo che pubblichiamo. La particolarità e originalità dell’incontro sta nell’averci dato l’occasione di scoprire un modo di fare teatro che nasce da un attento e meticoloso lavoro di ricerca nel territorio, nelle realtà locali e nelle realtà lavorative di questo esplosivo Nordest. Ciò parsa subito, questa, una ghiotta occasione per aprire un’altra "finestra" che possa allargare i nostri orizzonti arricchendo le nostre esperienze, stimolando la nostra curiosità, chiamandoci ad un incontro su un terreno per noi così inconsueto.

L.P.

TEATRO E PAESAGGIO

Fra i molti modi di lettura e di ricostruzione della storia contemporanea adottati con diverso successo, il teatro si sta rivelando in quest’ultimo periodo assai efficace. Noi della Moby Dick ci siamo incamminati su questa strada già da un po’ di tempo. Quest’anno compiamo dieci anni. A Mira, nella riviera del Brenta, e nel nostro teatro di Villa dei Leoni, siamo riusciti a creare, o almeno lo speriamo, una realtà consolidata, grazie al lavoro di un gruppo che, condividendo obiettivi e propositi ha speso la sua professionalità nell’intento di "cambiare faccia al Veneto". In che senso, chiederete voi?
Chi vive dentro i confini di questa regione sa confrontare l’immagine del Veneto odierno con quella dell’"altro" Veneto, cioè quello di prima del decollo industriale della fine degli anni ’50. Viceversa, chi sta fuori dai confini di questa regione vuole rendersi conto sia in termini qualitativi che quantitativi, qual è la nuova ‘identità’ culturale di questa regione.
Crediamo che siano e debbano essere definitivamente superati i vecchi stereotipi cinematografici, teatrali e televisivi dove "tose" saporite ma stupidelle, servette sceme e vecchi ubriaconi erano parti esclusive dei veneti. Il tipo di lettura che riteniamo si possa seguire oggi ci consente di uscire dalle sclerotiche definizioni riguardanti il Veneto, quasi sempre a scatola chiusa, quasi sempre disinformate sui fatti più recenti. La Moby Dick pensa che in campo teatrale si possa benissimo parlare di "rivoluzione silenziosa". Ne è conseguita una lettura del Veneto in maniera complessiva, totalizzante, come società civile. Tutto ciò ha portato a investigare anche attorno alle premesse psicologiche, emotive, vitali e antropologiche della medesima.
La nostra è una regione-ponte tra nord e sud Europa e ciò in termini di storia (e anche di geografia) quanto in termini di civiltà. E’ una regione che si muove tra "ordine" mitteleuropeo e "disordine" mediterraneo immesso da una città come Venezia che esprime meglio di chiunque altra formula "ordine nel disordine".
Risentendo gli influssi del capoluogo veneto, pur con un pizzico di presunzione, noi della Moby Dick ci vogliamo far carico proprio di questa responsabilità. Quella di fungere da "ponte", capace di essere attraversato dalle molteplici esperienze culturali che caratterizzano la nostra penisola, ma non solo. Vorremmo anche essere punto di riferimento per l’interpretazione della nostra regione.
Quest’ultimo obiettivo stiamo cercando di realizzarlo anche grazie al legame che da anni ci unisce all’attore Marco Paolini.
Il lavoro di questo autore-narratore a partire dai suoi Album, attraverso Vajont e Il Milione fino ad arrivare a Bestiario è caratterizzato da un’attenzione particolare rivolta alla memoria. Soprattutto, in quello di parlare dell’uomo e del paesaggio, guardare alle trasformazioni dei rapporti fra uomo e paesaggio che sono avvenute in questi anni da queste parti. Ma non si poteva parlare direttamente di quell’elemento decisivo che è il paesaggio, mancavano le parole per descrivere questo cambiamento: Ed è appunto attraverso le parole dialettali di poeti come Zanzotto, Calzavara, Noventa, Pascutto che Paolini racconta un universo che resiste, che si ostina a esistere nella memoria dopo la scomparsa del mondo che lo aveva familiare. Si tratta di una raccolta di testi di autori diversi sì ma accomunati oltre che da una percezione della realtà e dei cambiamenti in atto, da una attenzione ai dettagli che permettono di identificare una terra, una lingua, un rapporto con gli animali, le piante, il lavoro, il cibo, la vita. Attraverso le parole di questi poeti passa la storia del Veneto.
Non è un’operazione nostalgica quella di Paolini, anzi. Non sono poesie che parlano di tramonti e belle giornate, sono poesie dure, aspre. C’è uno spessore in queste voci, "un parlar fondo come un basar", come dice Zanzotto che è l’esatto opposto del gridare, del silenzio rumorosissimo di questi tempi. Grazie a queste voci l’attore cerca di ricucire lo strappo tra economia, politica e cultura, frattura nella quale, molto probabilmente risiede la spiegazione del malessere del nord-est.
Paolini dice che il teatro è bene comune e che gli artisti del teatro devono rendersi conto di essere tra gli intellettuali del nostro tempo, con straordinarie potenzialità, e che devono quindi vivere e agire con questa consapevolezza. Sottoscriviamo in pieno questo giudizio e cerchiamo di seguirlo nel miglior modo possibile.
Essere intellettuali del proprio tempo significa, nel nostro caso, contribuire al rinnovamento ma anche e soprattutto a creare le condizioni perché il teatro, come luogo di produzione culturale, produca continuamente opere in grado di diventare tradizione contemporanea, viva, non museificata.
Perché la ricerca sia condizione non definizione settoriale, perché il teatro possa essere popolare oltre la televisione e la necessità di conoscere e frequentare il teatro "normale" per l’educazione e la qualità della vita di ogni persona. Fondare una tradizione favorisce il radicarsi di un’identità culturale. Prima dell’arte è il sistema del teatro che nel nostro paese è vecchio, autoreferenziale, conservatore. E’ la mancanza di educazione e di cultura teatrale dei cittadini, delle giovani generazioni che non permette di interrompere i circuiti viziosi e l’innovazione di svilupparsi, nella mancanza di contesti dedicati all’ideazione e alla creazione. "Il teatro già si occupa e non può che occuparsi della contemporaneità. Occorre stringere i rapporti con la produzione culturale e artistica, governando i processi, producendo politiche di rinnovamento e sviluppo, sostenendo il rischio culturale. La cultura della promozione deve sostituire quella della distribuzione. Nella nostra stagione teatrale cerchiamo di stare attenti alle novità che il teatro propone, ma allo stesso tempo tentiamo di gettare le basi per creare una nuova generazione di spettatori teatrali, gli unici in grado di non far morire questa straordinaria arte. Ma il nostro sforzo si raddoppia in estate in occasione del Festival delle Ville: Un Festival organizzato nelle più suggestive Ville veneziane della riviera del Brenta. Luoghi di un territorio ricco di memorie dove il paesaggio è tutt’uno con l’andare e l’andare è ritmo, stile, scrittura. Quest’anno siamo giunti alla terza edizione alla quale abbiamo voluto dare un nuovo impulso. Non solo ville dunque, ma si è cercato di gettare lo sguardo oltre, per raggiungere la piazza, la barena, la laguna. Ed ecco che artisti come Marco Paolini, Sandro Lombardi, Marco Baliani, solo per citarne alcuni, dal 9 luglio all’11 agosto, si spingeranno in questi nuovi spazi di intrattenimento per cercare e per trasmettere ritmi migliori di vita. L’anno scorso abbiamo scommesso su un teatro che non tentava di riprodurre in villa il rapporto palcoscenico-platea dell’edificio teatrale tradizionale, ma che adeguasse se stesso ai luoghi "teatrali" delle ville. Quest’anno cercheremo di offrire al pubblico lunghe serate dove venga spontaneo far tardi, oltre il teatro. Impossessandosi ancora più completamente di spazi unici e meravigliosi.

 Cristina Palumbo - Direttore; Carlo Cavriani - Ufficio stampa

CHI SIAMO?

E’ sempre difficile definire in un certo momento una cosa che è fatta di persone, di pensieri, di relazioni, di azioni, una cosa dinamica in continua definizione di se stessa e di quello che sta facendo.
Per presentare la Fim di Verona mi piace recuperare una delle tante cose dette da Vittorio Foa una sera a Vicenza quando, parlando di sé, definiva la "curiosità" una delle fondamentali leve che lo hanno spinto nella sua vita, anche adesso, lui, ottantasettenne.
Credo di poter dire che la Fim di Verona è sicuramente una Fim "curiosa" che non ama i "cibi" preconfezionati da qualcun altro.
E’ una Fim incasinata ma automatizzata.
Una Fim giovane, federalista, femminista, antirazzista.
Una Fim unitaria, e rivoluzionaria.