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A 2150 gradi Fahrenheit fonde la ghisa

anno 8 - Maggio '99 - n. 2

Direttore Antonio Aldrighetti Direttore Responsabile Enzo Righetti Redazione Stefano Boschini, Nicola Lunardi, Antonio Pizzolo, Mariano Tondini, Luca Viviani, Marta Zantedeschi Coordinamento Maria Luisa Perini

INDICE:


“Se vuoi costruire
una nave
non radunare uomini per raccogliere
il legno
e distribuire compiti,
ma insegna loro
la nostalgia
del mare
ampio e infinito”

Un'organizzazione di minoranza è costretta a pensare
Antonio Aldrighetti, dopo sei anni da segretario generale della Fim di Verona è stato eletto segretario organizzativo della Fim del Veneto.
Lasciandoci ci scrive.

Chiedendomi quali possono essere le due idee da indicare come consuntivo di questi sei anni di convivenza organizzativa, sono in imbarazzo. Considerando retrospettivamente quest’arco di tempo sono colpito dalla sensazione che abbiamo fatto e pensato molto di più di quanto ci appariva nello sgranarsi quotidiano della nostra attività. Le singole cose e i gesti isolati, considerati di per se stessi, non hanno senso. Il primo passo può portare in tutte le direzioni: è solo la ricostruzione del cammino compiuto che fa capire la meta verso la quale ci si è diretti. E’ solo il viaggio riconsiderato a fine tappa che ci permette di pesare il valore dei passi, dei gesti e dei pensieri.
Quando sono stato eletto segretario mi sono trovato in una Fim che, uscendo dalla durissima fase di rottura della FLM, si era assestata organizzativamente, esprimendo un vago senso della propria identità, ma una profonda coscienza della propria libertà di pensiero e della propria autonomia d’azione. Restavamo però, tanto nella categoria dei metalmeccanici quanto nella nostra confederazione, un’organizzazione di minoranza.
Come dice Vittorio Foa, che abbiamo avuto la fortuna non comune di avere come paziente maestro, un'organizzazione di minoranza è costretta a pensare. Il successo organizzativo mette in pace i dubbi; è una conferma non banale che la strada che si sta battendo, anche se non è la migliore e la più intelligente, rende in termini di tessere. E nel breve periodo, come è la durata dell’incarico di un segretario, il riscontro quantitativo è più che sufficiente. A chi ti chiede cosa hai fatto nel corso del tuo mandato tu rispondi con l’andamento degli iscritti. Se hai mantenuto il numero o, meglio ancora, se l’hai aumentato, è quasi impossibile dimostrare che hai torto. Vi assicuro che non è poco. La qualità è importantissima, ma la quantità è indiscutibile e finisce spesso per trionfare.
Solo chi si trova a essere minoranza è pressantemente sollecitato a riflettere. Non è obbligato a farlo: uno può accontentarsi di presidiare un avamposto in una prateria. Ma se ci si interroga sul perché ci si trova a essere isolati e circondati, le difficoltà che si hanno di fronte possono presentarsi come opportunità organizzative e come solidi stimoli alla riflessione. Pensare un nuovo percorso culturale è sempre anche il tentativo di immaginare una nuova strada per rendere più adeguata ai tempi, ai problemi e agli uomini che li vivono la nostra organizzazione. E’ l’unico modo possibile per cercare positivamente di renderla anche più grande. Quindi pensare conviene anche dal punto di vista puramente quantitativo.
Se dovessi cercare di riassumere quello che mi pare essere stata la sostanza del mio tentativo come segretario provinciale della Fim mi verrebbe da dire che ho provato a mettere assieme responsabilità organizzativa e bisogno di pensare. Entrambi i termini della questione sono rilevanti. La libertà di pensiero non può essere giocata contro la solidità organizzativa, e gli interessi a breve termine dell’organizzazione non devono bloccare la riflessione.
E’ un errore contrapporre il fare (ad esempio fare vertenze, riunioni, contratti e iscritti) e il pensare. La libertà che conta non è la libertà di pensiero, ma la libertà di fare quello che si pensa essere giusto.
Ovviamente, il mio percorso non è stato il cammino di un viaggiatore solitario. In verità, probabilmente da solo non mi sarei mosso. Questo è il valore impagabile di un’organizzazione come la nostra: camminare insieme al passo del più lento in ogni pezzo di strada. C’è chi va bene in salita e chi va meglio in discesa. Poiché nel viaggio della vita troviamo immancabilmente dossi e cunette, chi ha responsabilità organizzative deve aver sempre coscienza che quello che conta non è far arrivare i Pantani alla meta più lontana, ma far giungere compatto il gruppo al punto in cui tutti hanno le forze per arrivare. L’organizzazione è lo strumento d’equilibrio fondamentale fra teoria e pratica, fra pensiero e azione. Bisogna prima spingere e poi recuperare. Bisogna stimolare alcuni in un certo tratto e trattenerli nel pezzo successivo. Non ci sono regole. Tutto dipende dal buon senso e ogni decisione non può essere presa dopo un sondaggio preventivo, ma solo assumendosene la responsabilità e rischiando.
Mi rendo conto che sto dipingendo il dirigente perfetto che io non sono ovviamente riuscito a essere. Ma è l’unica seria eredità che posso lasciare al mio successore.
In un’organizzazione troverete immancabilmente quello che ha in mente gli iscritti e quello che ha a cuore la cultura: chi ritiene onestamente che per fare sindacato sia sufficiente conoscere a memoria il contratto e chi invece pensa che sia necessario porsi i problemi della vita e della morte per fare un volantino o una vertenza aziendale. Controbattere ai secondi è facile: basta alzare le spalle. Più difficile è dimostrare che per fare bene il sindacato non basta una buona memoria e un discreto mestiere, ma che è obbligatorio pensare. Partiamo da un’ovvietà. Il sindacato deve sì far rispettare i contratti, ma prima ancora deve essere in grado di immaginarseli, di discuterli con la sua base, di imporli alla controparte e di farli approvare. Per essere liberi, in questa fase e in questo senso, bisogna soprattutto pensare. Per fare i contratti non basta la memoria e il mestiere, serve il pensiero concreto applicato al futuro prossimo venturo, a un’idea di mondo e di sviluppo. Quando si fa un contratto o pensi tu o è il pensiero del padrone che passa.
Più in generale, bisogna comprendere fino in fondo che gli iscritti li si aggrega con la cultura e che la cultura la si produce con gli iscritti.
Nella Fim in cui mi sono ritrovato c’era tutto questo, ed è stato il patrimonio umano incommensurabile di cui ho goduto. Nessuno dei miei compagni di viaggio ha rinunciato alle proprie posizioni, ma siamo arrivati assieme alla meta. Pensandola diversamente, abbiamo camminato assieme. E’ l’unico sicuro risultato del quale posso vantarmi e che vi consegno come preziosa eredità.
Una seria organizzazione ha l’obbligo di aumentare i propri iscritti e di diffondere la sua linea. Per occupare nuovi spazi sociali, il che significa convincere altri uomini ad aggregarsi, deve aver ben chiari i confini della sua attuale rappresentanza e spingersi intenzionalmente oltre. Oggi il sindacato, anche il nostro, è l’organizzazione degli operai maschi adulti occupati nelle aziende medio grandi. Se vogliamo aumentarne la forza dobbiamo investire energie e intelligenza nei confronti degli impiegati, delle donne, dei giovani e degli occupati nelle piccole aziende e nell’artigianato. Non ci sono alternative.
Solo che questa espansione non si può realizzare con un’azione trionfale di conquista, né come una pura sovrapposizione a nuovi segmenti sociali della nostra attuale organizzazione, della nostra presente cultura, dei nostri obiettivi, dei nostri modelli di lotta. Gli altri, tutti gli altri, sono e vogliono restare fastidiosamente liberi. Come noi. E possono scegliere di aderire alla nostra organizzazione solo se vi riconoscono uno spazio nel quale realizzare i loro obiettivi, portare le loro idee, esprimere i loro atteggiamenti e nel quale sentirsi pienamente rappresentati.
Per rendere chiaro il problema: se l’esponente medio del nostro direttivo è un operaio, è maschio, è adulto ed è occupato in un’azienda medio grande, è chiaro che ognuna di queste caratteristiche contribuisce a definirne i bisogni umani e, di conseguenza, anche gli obiettivi sindacali. Noi dobbiamo far sì che questo signore, che è il nostro ritratto e che detiene legittimamente e storicamente il potere nell’organizzazione, si rapporti su un piano di parità con una giovane ragazza impiegata presso un artigiano. Questa signorina che è l’esatto negativo della nostra fotografia ci obbliga, per il semplice fatto di coabitare nella nostra organizzazione, a una ridiscussione integrale di noi stessi. O, più esattamente, solo quando noi avremo cambiato radicalmente, dalle fondamenta, la nostra organizzazione, rendendola flessibile ideologicamente, rispettosa di tutte le opinioni, rappresentativa socialmente e realmente democratica da un punto di vista decisionale, potremo sperare che quella signorina possa considerarla anche casa sua.
Per far parte della nostra organizzazione è necessario un solo requisito: lavorare come dipendenti in una fabbrica metalmeccanica della provincia di Verona. Su questa unica base tutti hanno diritto di accesso e di parola contando per uno, qualunque sia la fede religiosa, la convinzione politica, il sesso, l’età e il colore della pelle e la dimensione dell’azienda in cui si lavora. Dentro la nostra organizzazione nessuno guarda da sotto in su e nessuno è in condizione di guardare gli altri dall’alto al basso. Nessuno, neppure l’ultimo iscritto conta zero, e nessun altro, neppure D’Antoni, conta per due.
Un’organizzazione per operare ha bisogno di una struttura. E’ opportuno che esista e che funzioni correttamente. Però ogni livello della struttura deve essere legittimato dal livello inferiore. Mentre possiamo immaginare una Fim temporaneamente senza segretario provinciale o senza segreteria regionale o con metà dei funzionari nazionali, non possiamo, neppure per un momento, fantasticare su una Fim senza iscritti. E’ la base che regge la struttura, e la struttura deve essere giudicata per la sua rispondenza ai bisogni della base. I nostri iscritti sono i nostri veri referenti e i nostri giudici.
Nel sindacato circolano spesso e ad alti livelli convinzioni nobili che ritengono che esistano valori assoluti che l’organizzazione deve perseguire a prescindere dalla volontà degli iscritti. Bisogna pesare attentamente simili affermazioni. Io credo fermamente nei valori. Ma non penso che esistano idee solidissime alle quali si appendono le fragili teste degli uomini. Sono le teste degli uomini che sostengono le idee. Chi nel sindacato afferma l’esistenza di ideali che prescindono dagli uomini vuole rendere indiscutibile il proprio ruolo di tutore dei valori, sbattendosene degli uomini che non condividono il suo ruolo e le sue idee.
Per uscire dalla nebbia delle grandi parole che finiscono per servire piccoli interessi, per trovare un metro condiviso per misurare sia le idee che i fatti, c’è un unico sistema: discuterne su un piede di parità.
E’ quanto come segreteria abbiamo tentato in questi cinque anni. E abbiamo provato a farlo cercando di non annoiarci e di non annoiarvi. Siamo convinti che la piatta seriosità di troppi appuntamenti sindacali sia solo indice di pigrizia intellettuale e di un’arrogante e penosa ostentazione del proprio ruolo da parte dei dirigenti. Per questo abbiamo cercato di aprire i nostri direttivi a relatori esterni che ci offrissero un diverso ventaglio di opinioni. Abbiamo invitato Fernando Vianello, docente alla Sapienza di Roma, a parlarci dell’Europa; Carlo Ginzburg, docente all’Università di California, a farci riflettere sulla società interetnica e multiculturale che ci aspetta. Anziché riproporre la solita relazione generica del solito segretario generale abbiamo provato a proiettare un film per discutere di secessione.
Quando si fanno questi tentativi è impensabile accontentare tutti. Siamo diversi e ci sarà sicuramente chi preferisce qualcos’altro. Anche se proiettassimo delle diapositive di Naomi Campbel o di Letizia Casta non potremmo ottenere l’unanimità: ci sarà sempre qualcuno che legittimamente possiede gusti estetici e sessuali differenti. E’ però molto meglio tentare qualcosa di nuovo scontentando qualcuno che riproporre la banalità di riti che finiscono per annoiare tutti.
Abbiamo investito senza risparmio nella formazione e nell’informazione. Abbiamo promosso ricerche dalle quali sono usciti dei libri: su un nostro militante storico, Gelmino Ottaviani (Cipolle e libertà), su una famiglia e un’azienda fondamentale nella storia industriale di Verona (I Galtarossa), sulle vicende politiche, economiche e sociali della nostra città nell’ultimo cinquantennio (Destini Incrociati). Abbiamo fatto quello che ogni gruppo umano pensante dovrebbe considerare un suo dovere: riscrivere la storia dal proprio punto di vista.
Voglio da ultimo parlare di un tema che abbiamo toccato in questi anni e che insegna molte cose. Siamo stati costretti ad affrontare il tema del federalismo contro la nostra volontà. E’ un esempio eccellente di quanto ho prima teorizzato. Per far sì che la nostra organizzazione sia adeguata ai tempi e ai nuovi segmenti di umanità che vogliamo aggregare siamo costretti a cambiare. Posso fare questo discorso con tutta onestà perché quello che in questa circostanza è rimasto incastrato sono io. Le circostanze le sapete: la manifestazione confederale del 20 settembre 1997 contro la Lega e il sindacato padano. Il problema era rilevante a San Bonifacio per la forte presenza leghista. Fino a quel momento, dovendo scegliere una definizione, mi sarei qualificato come centralista. Mentre il sindacato nazionale invitava allo scontro e al muro contro muro, noi abbiamo deciso di affrontare la questione e le persone con toni rilassati. Abbiamo cercato di capire e abbiamo finito per spartire idee, critiche e prospettive.
Non l’abbiamo fatto sbadatamente. Abbiamo avuto la fortuna di confrontarci sul tema con illustri maestri che ci hanno seguito con passione. Vittorio Foa ci ha illuminato, criticato e confortato. Oggi, io e credo anche molti altri dentro l’organizzazione, abbiamo in parte cambiato idea. Il federalismo fa parte del Dna del sindacato. Noi metalmeccanici siamo una federazione. Facciamo parte di una confederazione, la Cisl. Conosciamo le opportunità che questa forma organizzativa ci concede. Il federalismo non è una vuota rivendicazione di libertà. E’ in primo luogo la rivendicazione della propria responsabilità.
Noi siamo per mantenere strettamente uniti federalismo e solidarietà. Ma mentre del primo è bene parlarne in forme articolate e approfondite, della solidarietà ci sono già troppi che chiacchierano a vanvera. Alla veneta, la solidarietà prima dobbiamo farla e poi ci si ragiona sopra.
Il dibattito al nostro interno è stato vivacissimo. L’abbiamo reso pubblico nel libretto “Tre dialoghi attorno al campanile di San Marco”. La stampa ci ha concesso un’udienza e una visibilità che ha lasciati stupefatti in primo luogo noi stessi. Nel grigiore di un sindacato che, quando va bene, riesce a fare stentatamente il suo mestiere, noi abbiamo provato a farlo bene pensando.
Abbiamo pensato, discusso e ragionato assieme. La qualità della nostra organizzazione è sicuramente aumentata. I primi a non aver dubbi in argomento siamo noi. Però non abbiamo fantasticato a vanvera. Per dimostrarlo concedetemi, alla fine, una caduta quantitativa. Questa politica di apertura culturale ha reso. Nel luglio del 1993 la Fim aveva 3.170 tesserati. Oggi ne abbiamo 3.705. Abbiamo fatto cento nuovi tesserati all’anno. Con il turn-over altissimo dei lavoratori della nostra categoria e soprattutto dei nostri iscritti è un risultato eccellente.
Abbiamo parallelamente adeguata la struttura. Gli operatori erano 4 nel ’93 e sono 5 oggi. Quello su cui abbiamo più investito è l’apparato tecnico e culturale: gli operatori erano 2 nel ’93 e sono 4 oggi. Abbiamo messo in piedi un ufficio vertenze che conduciamo autonomamente.
Sento di non aver ancora detto tutto. Manca da queste righe lo stato d’animo in cui ho vissuto questi cinque anni della mia vita. Ho faticato, mi sono incazzato, ho discusso furiosamente, ho fatto tardi alla sera, mi sono alzato rincoglionito al mattino, ma – lasciatemelo dire, anche se non è un sentimento usuale nel sindacato, – mi sono proprio divertito. E, come chiudiamo le nostre lettere in Veneto, così spero di voi.
Vivete felici.


GUERRA!

Di fronte allo svuotamento del Kosovo messo in atto dai serbi e alle bombe della Nato sulla Jugoslavia sento di essere mentalmente nel panico. Il mio terrore viene inoltre esaltato da tutti gli amici che ostentano idee chiarissime, che mi propongono di firmare petizioni irrevocabili e che mi invitano a manifestazioni di piazza per obiettivi sui quali non hanno dubbi. E mi guardano compassionevoli e stupiti quando non esprimo le loro certezze. L’unico bisogno che sento, mentre cadono le bombe sulle città jugoslave e i profughi kosovari, sospinti come mandrie dai serbi, si accalcano ai confini morendo di freddo, di fame e di malattie in mezzo al fango e agli escrementi, è mettere sul tavolo le mie carte e confrontarle con quelle di chi mi sta accanto.
Tutte le realtà umane sono infinitamente complesse. Quando però vogliamo intervenire sul mondo abbiamo bisogno di una descrizione semplice. La semplificazione è indispensabile all’azione, ma, per forza di cose, è riduttiva della realtà. Così accade che chi pensa troppo non agisce, mentre chi agisce non pensa a sufficienza. E’ quindi impossibile, anche in questa circostanza, possedere tutte le certezze intellettuali che giustifichino integralmente chi decide di fare qualcosa o anche semplicemente di prendere posizione. Lo scarto ineliminabile di conoscenza fra pensiero e azione è lo spazio occupato dalla libertà e dalla responsabilità degli uomini.
Quando non capiamo gli eventi siamo portati a pensare che il senso delle cose stia dietro o sotto, preferibilmente in qualche torbido interesse, meglio se economico, di una qualche superpotenza. Le uniche ricchezze del Kosovo sono degli splendidi monasteri e qualche miniera. Questa volta ho paura che dietro non ci sia nulla. Le cose sono proprio quelle che appaiono: la verità sta tutta brutalmente in superficie.
Per secoli la regione è stata abitata da una maggioranza serba in presenza di una minoranza albanese. Oggi la situazione si è semplicemente rovesciata. Il nocciolo del problema è che le due popolazioni, dopo essere convissute sullo stesso territorio, un bel giorno decidono di scannarsi. Un popolo decide di eliminare l’altro perché ha paura di esserne eliminato.
Non esistono territori che appartengono da sempre e per sempre a un gruppo umano. Siamo una specie nomade. Coloro che si ritengono originari di un territorio sono semplicemente arrivati prima. Prima di chi? Prima di chi è arrivato dopo.
Belgrado è una città bruttina, ma culturalmente viva e civilmente evoluta. I serbi non sono una tribù dei Grandi Laghi africani, ma un pezzo integrante della popolazione europea. Come noi. Fare i conti con gli errori e gli orrori che oggi vengono commessi nei Balcani significa parlare di noi stessi. E i Serbi e i Kosovari non sono gli Utu e i Tutzi che siamo stati a guardare mentre si ammazzavano, perché li sentivamo diversi, incomprensibili e a una sufficiente lontananza. La vertigine che ci prende di fronte agli avvenimenti iugoslavi dipende dall’incubo che, in situazioni simili, forse anche noi potremmo comportarci allo stesso modo.
Tutte queste nefandezze l’Europa le ha già viste e fatte. Stiamo cercando di costruire un’identità europea con due guerre mondiali alle spalle e sei milioni di ebrei sulla coscienza. La deportazione dei kosovari è un peso ulteriore che non possiamo proprio sopportare. Queste cose sul suolo europeo non si possono più fare. E’ per questo che stiamo facendo la guerra: per sbarrare strategicamente a noi stessi quella strada. E ce lo stiamo chiarendo con le bombe. L’intervento militare della Nato non è legale. E’ a monte della legge. Le bombe sulla Jugoslavia sono l’atto costitutivo del codice che vogliamo imporre in maniera indubitabile su questo pezzo di mondo del quale siamo responsabili. Per quanto sia difficile e complicato, come europei possiamo imboccare solo la via di una società multietnica, multiculturale e tollerante.
L’obiettivo dell’intervento militare della Nato può essere uno solo: sconfiggere la politica di pulizia etnica messa in atto dal governo iugoslavo e far ritornare tutti i kosovari ancora vivi sulla loro terra e nelle loro case ricostruite. Sarà un’azione di lunga durata, che tutti, europei, serbi e kosovari, pagheremo con lacrime e sangue e nella quale non ci sarà gloria per nessuno. Dobbiamo farlo senza entusiasmi e a qualunque prezzo. Con una sola attenuante: i costi etici e in vite umane della contemplazione impotente delle efferatezze serbe sarebbero infinitamente superiori.
Se però il nostro obiettivo è una società in cui popoli di lingua, cultura e religione diversa convivano pacificamente, questa guerra, anche se piegherà militarmente Milosevic, finirà con la nostra sconfitta politica. Per un paio di generazioni sarà impossibile convincere un kosovaro a vivere in un territorio controllato dalle milizie di Belgrado. La Federazione iugoslava aveva come proprio fondamento l’autonomia dei suoi popoli e delle sue regioni. I serbi che hanno levato d’autorità l’autonomia al Kosovo e che stanno minando quella del Montenegro otterranno il bel risultato di distruggere la Federazione e di dimostrare che l’unica soluzione possibile è uno stato a dominanza etnica. E questo è quello che, almeno in quella regione, saremo costretti ad auspicare: nel duemila e in Europa.

A FEDERICO

Ho avuto il grande privilegio di incontrare e frequentare Federico Bozzini. Era il 1992 quando decidemmo, per caso come spesso succede, di scrivere la storia di un militante importante per la FIM di Verona: Gelmino Ottaviani.
Mario Laveto propose di dare l’incarico a Federico e l’idea piacque subito a tutti per l’apprezzamento generale che Federico incontrava negli ambienti della FIM, tra coloro che l’avevano conosciuto a cavallo tra gli anni ‘60 e i primi anni ‘70 quando collaborava con l’organizzazione in qualità di responsabile della formazione.
Anch’io avevo frequentato i corsi che lui organizzava. L’avevo visto nelle riunioni al sindacato ad armeggiare con ferri e lana per farsi un maglione con il suo eterno atteggiamento a metà tra la provocazione e la testimonianza.
A quel tempo lo avevo vissuto come un dirigente di grandi idee con il quale io, giovane delegato, non avevo gli strumenti o forse il coraggio di confrontarmi.
Tutti coloro che allora frequentavano la Fim ricordano Federico sempre in prima fila nei picchetti davanti alle fabbriche, lo ricordano a scrivere volantini e poi a distribuirli insieme a noi, sempre disponibile a cercare soluzioni ai problemi che gli venivano posti. Ma a segnare profondamente una generazione intera di delegati e dirigenti sindacali furono i corsi che lui organizzò, sia quelli tenuti da lui stesso che quelli che faceva tenere a docenti universitari o grandi personaggi della cultura. Riusciva con naturalezza incredibile a mettere in contatto i mondi più diversi e farli dialogare con tranquillità.
Nel ’92 lo incontrammo per chiedergli di scrivere la storia di Gelmino. All’inizio non fu facile. Si stava interessando profondamente di altre cose, si stava ristrutturando da solo la casa, non era entusiasmato dall’idea di scrivere di storia troppo recente per essere definita storia, stava pubblicando altre cose.
Aspettavamo con ansia l’arrivo di ogni nuovo capitolo, perché sapevamo che il contenuto sarebbe subito diventato motivo di dibattito tra di noi e con lui e questo ci permetteva di discutere del bene e del male, del mondo e del sindacato spaziando senza confini e preconcetti come solo le discussioni con lui potevano fare.
Pubblicammo alla fine quel libro che considero un capolavoro dove la splendida vicenda umana di Gelmino è arricchita dalla capacità di scrivere di Federico, dalla sua comprensione delle vicende umane e dalle sue idee.
Gli chiesi di continuare a collaborare con la Fim come animatore culturale e lui accettò come sempre con entusiasmo anche per il buon giudizio che aveva della Fim di Verona che descrive in Veneto è ricco, un articolo che scrisse per farci discutere di noi stessi.
Da quel momento Federico è diventato un punto di riferimento importantissimo per la Fim. Era lui che ci selezionava i libri che era indispensabile leggere, era lui che ci faceva le provocazioni giuste per costringerci a pensare di più e meglio al nostro agire, era lui che metteva in discussione tutto per renderci più forti nelle nostre convinzioni, era lui che demoliva i valori dichiarati per renderli praticati. Per costringerci al confronto inventava di tutto; un corso sulla comunicazione scritta si trasformava in sede di discussione politica.
Insieme abbiamo percorso questi ultimi anni e lui ci ha aiutato a sperimentare forme nuove di comunicare, di rappresentare, di lavorare.
Una mattina arriva in ufficio e mi dice: ”Se vogliamo capire chi siamo, perché Verona è così, dobbiamo fare la storia della Democrazia Cristiana”. Io ho riso spiegandogli che nessuno avrebbe capito perché il sindacato dei metalmeccanici avrebbe dovuto sponsorizzare e sostenere i costi della storia della DC, che nel frattempo era in via di estinzione in seguito alle vicende di tangentopoli. Ma lui per fortuna non era tipo da desistere facilmente. Ne parlammo a lungo, lo proponemmo a Fiom e Uilm e alla fine ne uscì “Destini Incrociati” che ci ha permesso di capire Verona, il Veneto e il tanto decantato Nordest molto più di centinaia di convegni,
Nello stesso periodo la Lega Nord iniziò a sparare sul sindacato confederale. La nostra prima reazione fu di rispondere sparando a nostra volta contro la Lega, ma lui ci convinse che bisognava contrapporre ai falò delle tessere la forza delle idee che hanno la capacità di discutere di merito, di confrontarsi con tutti con l’onestà intellettuale di cambiare la nostra idea quando quella degli altri è convincente. Aprimmo una discussione vera dentro l’organizzazione e nelle fabbriche, propose a Vittorio Foa di discutere con noi dopo l’assalto al campanile e lui accettò, discutemmo a fondo con il mondo e questo ci aiutò a fare una Fim più forte. Il primo a rimanere fregato fui io perché quella discussione mi cambiò profondamente.
Abbiamo in cantiere moti progetti costruiti insieme. Alcuni sono quasi realizzati, altri solo abbozzati. Spero che siano realizzabili tutti anche adesso che messi sulla giusta strada ci ha mollato e forse ci sta guardando beffardamente come solo lui sa fare per vedere se siamo in grado di muoverci da soli. Io spero che siamo all’altezza dei suoi insegnamenti e che riusciamo a capitalizzare al meglio le idee che abbiamo avuto la fortuna di carpirgli. Certamente una delle sue opere nessuno potrà demolire, quella di averci resi uomini liberi.
A.A.

Il primo pensiero: “No, non è possibile, abbiamo ancora troppe cose da fare insieme!”.
Poi, piano piano la consapevolezza che è proprio irrimediabilmente vero.
In queste ore affiora chiaro il sentimento del vuoto incolmabile che ha lasciato in mezzo a noi e resta, forte, il suo segno in ognuno di noi. La grande libertà del suo pensiero e del suo pensare, la totale gratuità del suo agire, la grande umiltà che hanno caratterizzato il suo essere tra noi, con noi.
La sua capacità di trasportare i pensieri più alti, le imprese più ardite, attraverso le sue parole, in una dimensione accessibile a tutti. Una dimensione che tutti chiamava al diritto/dovere di usare altrettanto liberamente il proprio pensiero per misurarsi e confrontarsi sulle idee, sui progetti, sui fatti e non con i fantasmi.
Questo mi ha insegnato e nulla voglio vada perduto.
Grazie Federico.
L.P.

CGIL CISL UIL VENETO

NOTA INFORMATIVA SULLA CAMPAGNA NAZIONALE PER
L’ASSISTENZA
AI PROFUGHI DEL KOSOVO E SULLA PARTECIPAZIONE DEL VENETO

Centri di raccolta dei profughi kosovari
Sono stati individuati quattro centri di raccolta su cui concentrare la nostra solidarietà:
Divjak (Lushnje)
Elbasan
Scutari
Lezha
I centri sono stati attivati direttamente dalle autorità locali albanesi, utilizzando locali ed infrastrutture dismesse.
Per ogni centro stiamo verificando le condizioni e i bisogni organizzativi, logistici e di assistenza (alimentare, sanitaria,psico-sociale).
Il nostro intervento va ad inserirsi all’interno della gestione del centro, in collaborazione ed in coordinamento con altri soggetti (istituzioni locali, associazioni di volontariato, enti locali, agenzie internazionali). In pratica stiamo definendo delle azioni specifiche , ben individuate e circoscritte, da assumere e da portare a termine.
Ogni azione specifica dovrebbe essere assunta da una o più strutture sindacali.
Situazione registrata a domenica 11 aprile 1999:
Il numero dei rifugiati varia quotidianamente. Al momento vi sono circa 7000 rifugiati nel distretto di Lushnje (prefettura di Fier) e 13000 nella prefettura di Elbasan presso famiglie e vari campi. Nella provincia di Scutari ci sono 2000 profughi ma è previsto l’arrivo di migliaia di profughi attualmente in Montenegro. Stiamo Verificando la situazione a Lezha.

Programma di assistenza:

La prima fase prevede la realizzazione di un coordinamento in Albania e di una segreteria organizzativa in Italia.
La segreteria nazionale di coordinamento è già in funzione:
tel . 06-8411741.
Per il Veneto i referenti sono:
CGIL
Antonio Zet tel. 041/5497903 Mario Zara tel. 041/5497947 fax 041/986378
CISL
Giovanni Della Valle e Federico Molin tel. 041/5330811 fax 041/982596
UIL
Roberto Michieletti e Pietro Bartolomei tel. 041/2905311 fax 041/5315219


Raccolta, spedizione e distribuzione di beni di prima necessità.

Obiettivo nazionale: 1 convoglio ogni settimana per ogni centro; se saremo in grado anche 2 convogli per settimana. Il Veneto provvederà di intesa col nazionale ad inviare vari convogli.
La raccolta e il trasporto saranno coordinati dalle strutture regionali. La spedizione avviene in collaborazione con la Protezione Civile e l’Operazione Arcobaleno.

Volontari: per i volontari che vanno al seguito del convoglio o che intendono inserirsi nelle attività programmate nei centri in Albania, esiste la possibilità di utilizzare il ponte marittimo sulla nave San Giorgio. Occorre contattare la Segreteria di coordinamento Veneto
o nome
o cognome
o data di nascita
o competenze professionali
o n. passaporto

Mestre 19 aprile, 1999


Il mondo del lavoro veneto
per il soccorso ai profughi kosovari
e per la pacificazione
dei Balcani

Oltre 700.000 kosovari espulsi dal loro territorio
vivono in situazioni di inumano disagio
ed hanno assoluta urgenza di soccorsi per sopravvivere.

Per partecipare all’impegno di solidarietà
del nostro Paese CGIL, CISL e UIL del Veneto
e le associazioni imprenditoriali regionali attivano un

FONDO SOLIDARIETA’
PER IL KOSOVO
Con l’apertura del conto corrente N. 33.000/13
presso il Banco Ambrosiano Veneto
Filiale di Mestre Agenzia n. 201
CAB 02009.9 ABI 3001

intestato a:
FONDO SOLIDARIETA’ PER IL KOSOVO Associazioni Imprenditoriali Venete
CGIL, CISL, UIL,
in cui confluiranno i contributi di 1 ora di lavoro
sottoscritti dai lavoratori del settore privato
e quelli delle aziende che intendono aderire
all’invito di versare un contributo corrispondente.
A questo fine le imprese inseriranno in busta paga
il comunicato con annessa delega.

Per sostenere l’impegno di solidarietà per il Kosovo e per la pacificazione dei Balcani
TUTTI I LAVORATORI SONO INVITATI A FIRMARE LA DELEGA DI ADESIONE ALLA SOTTOSCRIZIONE

BILANCIO CONSUNTIVO 1998
a cura di Antonio Pizzolo

Il 24 marzo 99 l’esecutivo della
FIM – CISL di Verona
ha esaminato il bilancio consuntivo per l’anno 1998.
Dopo aver sentito la relazione
politica e amministrativa fatta
dal segretario generale
Antonio Aldrighetti,
l’esecutivo ha approvato
il bilancio con voto unanime.

LE ENTRATE

Le entrate complessive
registrate nel corso del ’98
ammontano a £ 926.246.394.=
La composizione delle entrate
è così ripartita:
£ 830.814.041.=
sono costituite dalle
quote associative degli iscritti
e corrispondono al 90%
delle entrate complessive;
£ 61.263.085.=
provengono dalle vertenze
individuali e rappresentano il 6% delle entrate complessive;
£ 34.169.268.=
pari al 4%,
derivano da quote contratto,
consulenze, interessi attivi.

LE USCITE

1. CONTRIBUTI ALLE OO.SS.
£ 268.090.392.=
Del totale dei contributi sindacali ricevuti, una quota pari al 33%
è stata versata alle strutture
orizzontali e verticali:
CISL di Verona,
FIM Regionale
e FIM Nazionale.

2. SPESE PERSONALE
£ 351.083.783.=
Il 38% delle entrate
è servito a pagare gli stipendi,
i rimborsi, gli oneri INPS e IRPEF
e l’accantonamento al fondo TFR degli operatori della FIM.

3. SPESE DI GESTIONE
£ 151.974.260.
Mantenere l’operatività della FIM nel territorio ha comportato
una spesa £ 152 milioni.
La cifra si riferisce
al mantenimento, la conduzione
e l’attività delle sedi di Verona, Legnago, S.Bonifacio e Villafranca.

4. ORGANIZZAZIONE
£ 79.203.821.=
Questo capitolo si riferisce ai costi per le riunioni degli organismi
dirigenti territoriali, regionali e nazionali, coordinamenti, trattative, attività unitarie,
acquisto agendine per gli iscritti, assicurazione agli associati.

5. FORMAZIONE – RICERCA – INFORMAZIONE
£ 66.148.392.=
La FIM ha investito in questo settore il 7% del suo bilancio.
Sotto questa voce sono imputate le uscite per l’attività formativa dei delegati, i costi per la pubblicazione del giornale “2150 FAHRENHEIT", i costi degli abbonamenti
al quotidiano e alle riviste della CISL e della FIM.

6. CONTRIBUTI PREVIDENZIALI STRAORDINARI
Questa voce si riferisce
a una previsione di spesa
per contributi previdenziali
dovuta al fatto che alcuni distacchi in legge 300/70 non sono ancora stati accreditati dall’INPS.

RIEPILOGO GENERALE
A CONSUNTIVO
Come si può rilevare,
la differenza tra le entrate e le uscite comporta una perdita di esercizio
limitata a £ 15 milioni.
BILANCIO CONSUNTIVO 1998
a cura di A. Pizzolo

Il 24 marzo 99 l’esecutivo della
FIM – CISL di Verona
ha esaminato il bilancio consuntivo per l’anno 1998.
Dopo aver sentito la relazione
politica e amministrativa fatta
dal segretario generale
Antonio Aldrighetti,
l’esecutivo ha approvato
il bilancio con voto unanime.

LE ENTRATE

Le entrate complessive
registrate nel corso del ’98
ammontano a £ 926.246.394.=
La composizione delle entrate
è così ripartita:
£ 830.814.041.=
sono costituite dalle
quote associative degli iscritti
e corrispondono al 90%
delle entrate complessive;
£ 61.263.085.=
provengono dalle vertenze
individuali e rappresentano il 6% delle entrate complessive;
£ 34.169.268.=
pari al 4%,
derivano da quote contratto,
consulenze, interessi attivi.

LE USCITE

1. CONTRIBUTI ALLE OO.SS.
£ 268.090.392.=
Del totale dei contributi sindacali ricevuti, una quota pari al 33%
è stata versata alle strutture
orizzontali e verticali:
CISL di Verona,
FIM Regionale
e FIM Nazionale.

2. SPESE PERSONALE
£ 351.083.783.=
Il 38% delle entrate
è servito a pagare gli stipendi,
i rimborsi, gli oneri INPS e IRPEF
e l’accantonamento al fondo TFR degli operatori della FIM.

3. SPESE DI GESTIONE
£ 151.974.260.
Mantenere l’operatività della FIM nel territorio ha comportato
una spesa £ 152 milioni.
La cifra si riferisce
al mantenimento, la conduzione
e l’attività delle sedi di Verona, Legnago, S.Bonifacio e Villafranca.

4. ORGANIZZAZIONE
£ 79.203.821.=
Questo capitolo si riferisce ai costi per le riunioni degli organismi
dirigenti territoriali, regionali e nazionali, coordinamenti, trattative, attività unitarie,
acquisto agendine per gli iscritti, assicurazione agli associati.

5. FORMAZIONE – RICERCA – INFORMAZIONE
£ 66.148.392.=
La FIM ha investito in questo settore il 7% del suo bilancio.
Sotto questa voce sono imputate le uscite per l’attività formativa dei delegati, i costi per la pubblicazione del giornale “2150 FAHRENHEIT", i costi degli abbonamenti
al quotidiano e alle riviste della CISL e della FIM.

6. CONTRIBUTI PREVIDENZIALI STRAORDINARI
Questa voce si riferisce
a una previsione di spesa
per contributi previdenziali
dovuta al fatto che alcuni distacchi in legge 300/70 non sono ancora stati accreditati dall’INPS.

RIEPILOGO GENERALE
A CONSUNTIVO
Come si può rilevare,
la differenza tra le entrate e le uscite comporta una perdita di esercizio
limitata a £ 15 milioni.


BILANCIO CONSUNTIVO 1998

RENDICONTO ECONOMICO

RENDICONTO ECONOMICO
CONTRIBUTI SINDACALI 830.814.041
ENTRATE VARIE 14.169.268
VERTENZE 61.263.085
CONSUL. STRAORD. 20.000.000
TOTALE ENTRATE 926.246.394

USCITE

FORMAZIONE RIC. INFORMAZIONE 66.148.392
CONTRIBUTI ALLE OO.SS. 268.090.059
SPESE PERSONALE 351.083.783
ORGANIZZAZIONE 79.203.821
SPESE DI GESTIONE 151.974.260
USCITE VARIE 5.321.582
CONTR. P. STRAORDINARI 20.000.000
TOTALE ENTRATE 941.821.897
DIFFERENZA 15.575.503

SITUAZIONE PATRIMONIALE

ATTIVITA’

CASSA CONTANTI 570.446
BANCHE 124.347.402
CREDITI DIVERSI 78.550.356
PARTECIPAZIONI TITOLI 1.380.364
RATEI E RISCONTI ATTIVI 11.559.107
TOTALE ATTIVITA’ 216.407.675

PASSIVITA’

F.DI ACCANTONAMENTO 126.231.738
DEBITI DIVERSI 37.489.838
CONTO D’APERTURA 29.593.980
RATEI PASSIVI 38.667.622
TOTALE ATTIVITA’ 231.983.178
TOTALE A PAREGGIO -15.575.503

L’ISCRITTO AZIONISTA DI RIFERIMENTO!

DOCUMENTO FINALE DELLA CONFERENZA ORGANIZZATIVA DELLA FIM – CISL DI VERONA

Peschiera, 11 marzo 1999

Gli azionisti di riferimento del nostro sindacato sono esclusivamente gli iscritti.
Ogni iscritto ha diritto a un voto.
Per iscriversi e contare nella nostra organizzazione basta lavorare come dipendente in una fabbrica metalmeccanica in provincia di Verona.
I nostri soci pagano la tessera della Fim per ottenere rappresentanza e tutela. La Federazione Italiana Metalmeccanici di Verona, lo dice la parola stessa, è una Federazione di iscritti. Per storia fa parte di una Confederazione. Cioè non accetta un principe, ma si rapporta da pari con altre Federazioni che associano lavoratori di altre categorie nello stesso territorio.

Il compito della Confederazione territoriale è:
1. costituire uno spazio di dialogo fra le varie Federazioni;
2. organizzare quei servizi per gli iscritti che le singole Federazioni non sono in grado di garantire;
3. rappresentare decorosamente tutti i lavoratori a livello territoriale;
4. e basta.

Le istanze confederali a livello regionale e nazionale adempiono alle stesse funzioni in ambiti differenti. Ma con gli stessi vincoli e limiti.
Tutta l’organizzazione federale e confederale deve rispondere a un unico criterio: la rappresentanza, la tutela e il servizio dell’iscritto.
Solo in questo modo è possibile fare un’offerta associativa onesta ed efficace.
Le risorse provengono esclusivamente dagli iscritti. I lavoratori si iscrivono a una Federazione provinciale. Questa Federazione, come rappresentante e amministratrice del patrimonio degli azionisti di riferimento, deve aver diritto di parola e di voto in tutte le istanze in cui si decide l’utilizzo delle risorse.
I nostri soci hanno garantito con la sottoscrizione della tessera il diritto di voto. Qualunque tentativo di privarli di questo diritto che acquisiscono con la tessera è fuori dal mondo. Chi paga conta. Se qualcuno a livello nazionale, per motivi che non comprendiamo e che comunque non condividiamo nelle prevedibili conseguenze, ritiene di modificare la forma statutaria in cui oggi si esprime la volontà democratica, noi esigiamo, in base al principio federalista, la libertà di continuare secondo i criteri che abbiamo sperimentato adeguati ai nostri valori e alle convinzioni profonde dei nostri iscritti.
L’elemento fondante della nostra organizzazione è il militante libero e volontario.
L’iscritto, il militante e il delegato devono trovare nel sindacato tutti gli strumenti che permettano loro di rapportarsi con il padrone da liberi e uguali. Il nostro compito è far rispettare in fabbrica il contratto e il galateo. E nella nostra organizzazione lo statuto.
Una quota consistente del nostro bilancio deve essere investita per offrire strumenti di crescita culturale agli iscritti, ai delegati e ai militanti. E’ l’unico beneficio aggiuntivo che riteniamo indispensabile garantire a tutti.
Giudichiamo al contrario negativa l’idea di mercificare tesseramento e militanza. Un gruppo dirigente che fa circolare delle tesi in cui, dopo aver sparlato di “missione” e valori, propone di incentivare con soldi e villeggiature individui o strutture per accrescere il consenso e le iscrizioni tratta come merce l’organizzazione che noi riteniamo ancora spazio gratuito della nostra libertà.

LA FIM IN MOVIMENTO

(“ “ da Lettera Fim)

“Gli ultimi mesi hanno visto importanti movimenti all’interno del gruppo dirigente della Fim che hanno riguardato tutti i livelli dell’organizzazione e che ci hanno toccato molto da vicino.
Eccoli!
L’8 febbraio 1999 il Consiglio generale della Fim ha eletto quale nuovo segretario generale della Fim Nazionale, Giorgio Caprioli e rinnovato la Segreteria.
Pier Paolo Baretta, che nel Congresso del ’97 era subentrato alla guida della Fim dopo Gianni Italia, è stato eletto alla Segreteria confederale della Cisl.
Nella segreteria nazionale della Fim sono stati riconfermati Franco Aloia, Salvatore Biondo, Ambrogio Brenna e Pinuccia Cazzaniga; entrano come nuovi segretari Giuseppe Farina, Cosmano Spagnolo (già coordinatori nazionali) e Toni Zorzi (prima segretario generale della Fim del Veneto)”.

Oltre a Toni Zorzi, entrato nella Segreteria della Fim Nazionale, anche Gianni Trevisan, segretario organizzativo della Fim Veneto, è stato eletto nella segreteria della Cisl regionale. La Fim del Veneto, dunque, ha rinnovato quasi completamente il suo gruppo dirigente.
Il Consiglio Generale del 15 marzo 99 ha eletto Segretario Generale Gigi Copiello (prima segretario generale alla Fim di Padova) e segretari, Antonio Aldrighetti (Veronese) e Lorenza Leonardi.
E arriviamo a Verona!
Il 16 aprile ‘99 il direttivo della Fim di Verona ha eletto il nuovo Segretario Generale e la nuova segreteria. Alla guida della Fim veronese, è stato eletto Tullio Magagna. 49 anni di Soave, da 13 anni operatore nella zona di San Bonifacio. La segreteria è composta dagli operatori: Mario Pozzerle, Mariano Tondini, Stefano Boschini, Dino Mantovani.



“Gli ultimi mesi hanno visto importanti movimenti all’interno del gruppo dirigente della Fim che hanno riguardato tutti i livelli dell’organizzazione e che ci hanno toccato molto da vicino.
Eccoli!
L’8 febbraio 1999 il Consiglio generale della Fim ha eletto quale nuovo segretario generale della Fim Nazionale, Giorgio Caprioli e rinnovato la Segreteria.
Pier Paolo Baretta, che nel Congresso del ’97 era subentrato alla guida della Fim dopo Gianni Italia, è stato eletto alla Segreteria confederale della Cisl.
Nella segreteria nazionale della Fim sono stati riconfermati Franco Aloia, Salvatore Biondo, Ambrogio Brenna e Pinuccia Cazzaniga; entrano come nuovi segretari Giuseppe Farina, Cosmano Spagnolo (già coordinatori nazionali) e Toni Zorzi (prima segretario generale della Fim del Veneto)”.

Oltre a Toni Zorzi, entrato nella Segreteria della Fim Nazionale, anche Gianni Trevisan, segretario organizzativo della Fim Veneto, è stato eletto nella segreteria della Cisl regionale. La Fim del Veneto, dunque, ha rinnovato quasi completamente il suo gruppo dirigente.
Il Consiglio Generale del 15 marzo 99 ha eletto Segretario Generale Gigi Copiello (prima segretario generale alla Fim di Padova) e segretari, Antonio Aldrighetti (Veronese) e Lorenza Leonardi.
E arriviamo a Verona!
Il 16 aprile ‘99 il direttivo della Fim di Verona ha eletto il nuovo Segretario Generale e la nuova segreteria. Alla guida della Fim veronese, è stato eletto Tullio Magagna. 49 anni di Soave, da 13 anni operatore nella zona di San Bonifacio. La segreteria è composta dagli operatori: Mario Pozzerle, Mariano Tondini, Stefano Boschini, Dino Mantovani.