pubblicazioni.gif (11906 byte)

 

FEDERICO BOZZINI

 

VENETO E' RICCO

Alcune osservazioni sulla cultura, i soldi e Pietro Maso.

Con la proposta di una vertenza.

 



(1) A sedici anni di distanza.

E' bizzarro che, dopo sedici anni di oblio, in questi ultimi mesi siano stati diffusi nel sindacato ben due articoli di "Ombre Bianche". La cosa più strana è che questo sia avvenuto per iniziativa di operatori che, non avendo avuto parte nella redazione di quella curiosa rivista, non possono essere accusati di tristi nostalgie senili.

Ho riletto l'articolo "Veneto è bello". Non è male. Ci proponevamo di smontare alcune gabbie ideologiche che i militanti CISL del tempo sentivano come paralizzanti. Erano luoghi comuni forti, meccanismi culturali e politici che scattavano come trappole. Semplificando al massimo: noi, che per scelta o caso passavamo dalla CISL, ci trovavamo in una situazione organizzativa che, pur aderendo strettamente al movimento operaio, sembrava non possedere nessun brandello di dignità ideologica. Ci sentivamo bracconieri in una riserva rossa. Avevamo magari una discreta pratica, ma con le toppe sul culo dal punto di vista teorico.

I rossi avevano alle spalle la storia del movimento operaio, la Resistenza, i pregi e gli errori della Rivoluzione russa. Di fronte a chi ti parlava come di un problema di famiglia della guerra di Spagna e dei diari di Gramsci, noi potevamo solo ribattere che nostro padre e nostro nonno, mentre i loro contemporanei rossi discutevano e combattevano sui fronti della storia e della cultura, chiacchieravano delle virtù teologali col loro curato.

Qualunque discorso finiva per farci sentire barbari, in periferia. Non si sa bene in cosa consista il provincialismo, certo è che l'accusa di provinciale fa sentire l'oggetto a disagio nei luoghi comuni del momento. Il sintomo soggettivo più evidente del provincialismo è il modo oracolare con cui, dopo aver scorso la pagine dei morti sul Gazzettino o sull'Arena si cita un fondo del Corriere della Sera o un pezzo del Sole 24 ore. Nel sindacato era il tono subordinato in cui da Voltabarozzo o Roncolevà si parlava di Mirafiori o di Ivrea. C'è solo da rilevare che mentre i paraocchi ideologici ci costringevano a fissare il Triangolo industriale, il Nord-Est stava esplodendo sotto i nostri piedi.

Nel tentare quest'operazione di autolegittimazione culturale diveniva indispensabile prendere sul serio quello che realmente eravamo, nella sua completezza, e quindi anche nel nostro essere veneti. Quest'operazione ci permetteva di fare due passi in avanti. Da un canto riaffermavamo con arroganza il nostro diritto di parola contro i liberalcomunisti; dall'altro ponevamo la questione di una ricomposizione - come allora si diceva - in seno al popolo. La locomotiva operaia si stava sganciando dal treno sociale, e tutti i vagoni stavano andando per i fatti loro. Le divisioni culturali nel sindacato erano solo un sintomo della spaccatura più radicale che si stava verificando nella società. Stava succedendo qualcosa di paurosamente eversivo dentro e attorno a noi. Lo percepivamo nettamente, anche se forse non ne comprendevamo totalmente la portata.

E questa è la prima indicazione di metodo che potremmo discutere. Per legittimare un nuovo punto di vista bisogna sempre partire da se stessi. Credersi. Più l'operazione di autoaccettazione, nei pregi e nei difetti, è autentica e più si presenta radicale e ben fondato il tentativo di ricostruzione.

 

(2) I luoghi comuni.

Rileggendo l'articolo mi pare riuscito l'attacco ai luoghi comuni sindacali del tempo.

Detto questo, vorrei sottoporvi il secondo elemento di riflessione: i luoghi comuni servono. Sono quei posti culturali in cui ci si ritrova e si pensa. O meglio sono quei luoghi che fortunosamente diamo collettivamente per accettati e sui quali conviviamo pacificamente. I luoghi comuni sono come il consumismo: bisogna criticarli, ma solo dopo che esistono, e dopo averli distrutti bisogna inventarne immediatamente di nuovi. E' il nostro modo di pensare che li richiede. In caso contrario è il panico.

Quando si parla non si può materialmente spiegare tutto. Dobbiamo per forza e per economia di linguaggio far riferimento a qualcosa che tutti siamo disponibili ad accettare come risaputo, a dare per scontato. E' la tara acritica di qualunque discorso intelligente. E' il pensiero pensato, predigerito, sul quale si fonda ogni possibilità di muoversi del pensiero pensante. I luoghi comuni costituiscono il contenitore di legno di qualunque chiacchiera anche la più soffice polposa e delicata. Sono la ruvida cassetta che contiene anche le mele più succose del nostro pensiero. Se il rozzo recipiente ad un certo punto si rompe, le mele rotolano per terra e ognuno parte per il suo viaggio, ognuno diverso, ognuno in fondo perso dentro ai fatti suoi.

E' un gravissimo errore ritenere che i luoghi comuni siano inconcussi, fortissimi, inattaccabili. E' sbagliato credere che si possa sparare loro contro e contestarli impunemente. Una volta ridiscussi bisogna porsi immediatamente il compito di ricostruirli. Altrimenti ci si trova senza i vecchi e non avendone di nuovi non c'è più possibilità di relazione culturale di nessun genere. Si smette di pensare collettivamente e ognuno rutta solitariamente i suoi pensieri mal digeriti che gli altri trovano allucinazioni.

Se devo avanzare una critica non è a quanto abbiamo fatto come "Ombre Bianche", ma a quello che non abbiamo avuto il tempo, la capacità, l'opportunità organizzativa di fare: ricostruire e diffondere dentro il sindacato veneto nuovi luoghi comuni adeguati ai tempi. Eppure cominciavamo a percepire i primi sintomi che il nuovo discorso che cercavamo di coltivare stava attecchendo. Assistevamo sempre più spesso a riunioni dove alcuni temi, alcune parole, alcuni concetti che cercavamo di alimentare cominciavano a circolare. Non abbiamo fatto in tempo. I valori, che noi consideravamo stretti alla fine degli anni Settanta, sono stati sfasciati alla fine degli anni Ottanta. La caduta del muro di Berlino ha fatto il resto. Fra tutti i paesi comunisti che sono saltati, quello che più mi ha affascinato è stata la Repubblica democratica tedesca. La gente ha vinto scappando. E' stato un turismo di massa, un'emigrazione disarmata ma affannosa che ha messo in crisi il regime. La gente era stufa anche di combattere per cambiare e semplicemente se ne andava.

(3) La partenza e il ritorno.

Ombre Bianche ha chiuso nella stessa maniera e con un po' d'anticipo.

Verso l'82, Luigi Viviani, il mio maestro sindacale, dopo un'esperienza nazionale è tornato nel Veneto come segretario regionale. Noi lo aspettavamo con gioia. Io in particolare davo per scontata un'omogeneità di vibrazioni. Finalmente avremmo avuto un dirigente con il quale avremmo potuto mettere a frutto organizzativamente le idee che fino a quel momento avevamo coltivate in clandestinità. La rivista, fatto rarissimo nel sindacato, era autosufficiente economicamente, veniva venduta e letta. L'organizzazione non aveva spese di alcun genere e i redattori partecipavano alle riunioni e scrivevano i loro pezzi nel tempo libero. Non sono a conoscenza di molti altri esempi del genere.

Una delle prime cose che Viviani ha fatto tornando è stato di comunicarci che dovevamo chiudere. Non si è preso neppure la briga di spiegarci perché. Ha fatto una croce col dito, cancellandoci. Molti amici non ne volevano sapere. Io invece, probabilmente sbagliando, mi sono rifiutato di combattere. Nella vita uno non può lottare sempre e contro tutti. Non ho mai capito perché Honeker-Viviani ritenesse opportuno impedirci di pensare assieme e con la modesta pubblicità concessa da una rivista. L'unico dato certo è che lo voleva fermamente. Se questo obiettivo gli sembrava una vittoria, vincesse. Ogni individuo della redazione è tornato al proprio posto. Io che posti non ne avevo, me ne sono andato. Poi non ho seguito quello che è successo perché mi annoiavo.

Un decennio più tardi, verso il '93, ho rimesso casualmente piede nella FIM di Verona. Tutto era cambiato. Gli uffici erano informatizzati. Gli operatori erano giovani, intelligenti, vivaci. Ho ricevuto un senso di efficienza di fondo che dieci anni prima non era neppure ipotizzabile. Era un momento di crisi produttiva e le aziende chiudevano a decine. Vedevo i lavoratori entrare in sede con i loro problemi e ricevere risposte adeguate, puntuali, soddisfacenti. Decine di licenziati arrivavano, ottenevano indicazioni tecniche inappuntabili, e se ne andavano soddisfatti del gruzzolo che l'organizzazione garantiva con strumenti contrattuali o legali. La cosa incredibile era che la chiusura della loro azienda era sì vissuta come una grana fastidiosa dai lavoratori, ma non come un dramma.

La situazione confederale della CISL era invece penosa. La vecchia minoranza si era rotta e un gruppo, combinando nuove alleanze, aveva preso il potere nell'Unione. Sono convinto che il problema della maggioranze e delle alleanze interne alle organizzazioni abbia una sua dignità: ma non mi ha mai interessato. Il senso complessivo che rimandava la situazione era di totale paralisi nelle proposte verso l'esterno, verso la società e la città. Certo, chiacchieravano dei problemi, ma ne discutevano digerendo in bocca, preventivamente certi della propria impotenza. La concorrenza fra CISL e CGIL si misurava su quante foto dei due segretari comparivano sulla stampa cittadina mensilmente. E la pulizia personale dei soggetti, il fatto che fossero persone per bene, rivelava ancora più drammaticamente che l'impotenza non dipendeva dai dirigenti, ma da una totale mancanza di nemici e di obiettivi.

C'erano quindi delle categorie operaie efficienti e un'Unione spappolata e afasica. Uscendo dallo schema organizzativo, avevamo di fronte degli operai forti e tutelati e una classe impotente. Non a caso accadeva sistematicamente che si vincessero i referendum in fabbrica e che li si perdesse nella società.

 

(3) La ripresa e la ricchezza.

Passano i mesi, arriva la ripresa e mentre il resto dell'Italia soffre le pene dell'inferno occupazionali, la nostra economia si mette a tirare. E oggi troviamo il Nord-Est, il Veneto, le nostre provincie alla testa delle graduatorie per la produzione. Verona è la città più ricca d'Italia. Il che vuol dire fra le più ricche d'Europa, il che ancora significa che le valli dei Lessini e le Valli Grandi Veronesi sono equiparabili solo alla Silicon Valley. Non so se possiamo dire che il Veneto sia ancora bello. Certo è, e ce lo dicono gli altri senza che dobbiamo fare riviste per affermarlo, che il Veneto è ricco.

Fermiamoci un secondo su questa affermazione che per il momento è l'unica certezza che possediamo. Blocchiamo il "sì, ma..." che sembra uscire automatico. Limitiamoci al "sì". Farfugliando disappunti etici non chiariamo un accidente e soprattutto non riusciamo a formulare una descrizione della realtà che ci trovi d'accordo in due. E questo oggi deve essere il nostro unico obiettivo. Non possiamo concedere che la modesta capacità di ragionare che possediamo venga paralizzata dalla menata ammuffita contro la ricchezza senza cultura. Probabilmente alla fine riusciremo a fare i conti sia con la ricchezza che con la cultura. Ma alla fine. Dopo aver ben capito quello che come veneti siamo ormai divenuti.

Intanto chiediamoci: perché sputare sulla ricchezza senza cultura. La miseria senza cultura è forse più gradevole? Perché dobbiamo ritenere che sia meglio la povertà colta della ricchezza colta? Va benissimo la qualità, ma anche la quantità ha i suoi vantaggi. Un mio amico, riprendendo un'analisi di Nomisma e l'osservazione del leader maximo Prodi, ripete periodicamente con accenti profetici che non si può vivere ricchi e ignoranti per più di una generazione. E' un'affermazione che fa colpo su quanti si ritengono colti, ma che non aumenta di un alunno le nostre scuole e che non fa perdere un'ora di lavoro alle nostre fabbriche.

C'è poi una vibrazione malsana in questa denuncia. E' come se guardando una persona che cammina e che ha messo avanti la gamba destra ci mettessimo ad urlare indignati: però ha lasciato indietro la gamba sinistra.

Il fatto è che chi lavora, non ha tempo di studiare. A meno di non avere un'idea molto bassa dello studio. Per pensare veramente serve molto tempo: anzi tutto il tempo a volte non basta. Per far soldi è lo stesso. Biograficamente e storicamente le cose stanno così: o si fa una cosa o si fa l'altra. Per cui la contraddizione che si vede nel Nord Est fra alta produzione di ricchezza e bassa scolarità è solo nella testa di chi guarda. Fra i due fenomeni c'è solo un onesto rapporto di causa ad effetto. I veneti oggi vanno poco a scuola perché vanno molto in fabbrica. Nel meridione, dove non ci sono fabbriche, i giovani, quando va bene, invecchiano a scuola. Quale delle due situazioni è preferibile? Ricordandoci sempre che, comunque la pensiamo, i veneti hanno già scelto. Volendo capire qualcosa del mondo in cui viviamo, non è con i nostri gusti ma con quello che fa la nostra gente che dobbiamo fare i conti. Sputare sdegnati sul mondo che ci circonda non è mai una buona scelta, anche perché è l'unico mondo che abbiamo a disposizione.

La seconda riflessione possibile è che andare a scuola non aiuta a fare i soldi, non serve a produrre ricchezza, altrimenti i genitori veneti costringerebbero a randellate i propri figli in classe fino a cinquant'anni. Hai bisogno di un ingegnere spaziale, di un tecnico nucleare, di qualcuno che sappia le lingue ugro-finniche: li paghi. Totò Riina gestiva un impero multinazionale e sapeva fare con difficoltà la propria firma.

 

(4) L'ennesimo errore dei veneti.

C'è qualcosa di aggiuntivo che mi infastidisce profondamente in questa lagna contro la ricchezza senza cultura. Ed è il fatto che, non so perché, qualunque cosa facciano i veneti è sbagliata. Fino a poco tempo fa passavano la vita a recitare il rosario per non sentire i brontolii della pancia digiuna, discutevano di madonne e santi nelle stalle e nelle osterie, frequentavano chiese e sacrestie, seguivano piamente i loro preti ed erano definiti un branco di imbecilli intontiti dalla sovrastruttura religiosa. Usciti dai filò dove il loro trisnonno poteva solo parlare di teologia, perché per pisciare sul suo doveva farsela sui piedi, si sono messi a costruire e a produrre. L'hanno fatto così bene da fregare in produttività i giapponesi, in organizzazione i tedeschi, in capacità di vendere e di esportare tutti i concorrenti mondiali. Appena i conti correnti degli ex pellagrosi si sono rimpolpati hanno cominciato ad essere accusati di materialismo, di bieco produttivismo, di pensare solo a fare i soldi e di non riuscire a far funzionare il cervello sui grandi temi culturali.

Ho la sensazione che buona parte di questa nuova polemica antiveneta sia solo un aggiornamento della sempiterna lagna dei nobili decaduti verso i nuovi ricchi. E' come se questi signori pretendessero che, se uno un bel mattino si sveglia con l'idea di fare soldi, fosse obbligato in primo luogo ad andare a scuola. E solo dopo aver superato una bella prova di cultura generale (nella quale i moralisti brontoloni si vedono come gli unici commissari d'esame legittimi e patentati) gli si offrisse la licenza per far quattrini. Per fortuna le cose vanno in un'altra maniera.

Accettiamo la provocazione di chi contrappone ricchezza e cultura. E proponiamoci di far cultura riflettendo sulla ricchezza. Anzi cerchiamo di pensare all'elemento più terra terra della ricchezza: ai soldi. Non ci sono più luoghi comuni, valori, convinzioni, pensieri, proverbi. E' rimasta una cosa sola, ma abbondante. Non è accumulata nelle biblioteche, negli archivi nei racconti orali dei nostri vecchi, ma nelle banche della regione. E' sui soldi che noi veneti siamo chiamati a riflettere.

Perché? Perché siamo i più ricchi.

(5) Per i soldi si consuma la vita, ma non se ne parla mai.

A questo punto devo ammettere fra parentesi che quando parlo di veneti ricchi mi vien da pensare al mio mutuo, alle bollette che devo pagare, alla mia macchina con la marmitta bucata e finisco immancabilmente per sentirmi un calabrese.

Ma torniamo a ragionare fingendo che sia vera l'immagine del veneto ricco che i dati nazionali continuano a ribadirci.

In primo luogo dobbiamo vincere la sensazione che parlare di soldi sia un argomento culturalmente sconveniente. Nelle buone famiglie a tavola era un tema vietato. Poiché i colti passavano molto tempo a tavola, finivano per non parlarne mai. Semplicemente se ne presupponeva l'abbondanza, se ne intuiva la confortevole presenza dall'opulenza delle vivande.

Neppure oggi si parla serenamente di ricchezza e povertà. Malgrado che l'obbiettivo socialmente esplicito e fermamente perseguito dalla maggioranza delle persone siano i soldi, nessuno discorrendo usa dire io sono ricco o io sono povero: cioè sono arrivato al traguardo, oppure ho molta strada da fare. Si sorvola e al massimo ci si racconta che lavoro si fa. Come se questo importasse. Si enuncia il mezzo o non si dice mai, per stranissimi pudori, la distanza che ci separa dalla mèta. Il tabù a riguardo è così forte che se provate a violare la convenzione infrangete ogni possibilità di dialogo e chiudete il discorso.

Faccio un paio di esempi personali.

Avevo comperato una vecchia casa in campagna spendendo tutti i soldi che avevo. Dovevo quindi muovere le mani se non volevo abitare in una grotta. Un mattino stavo pulendo il soffitto dai calcinacci e sollevavo un polverone d'inferno. Mentre ero immerso in questo nuvolone sento qualcuno che mi chiama. Era un vicino che era venuto a fare conoscenza. Mi fa un sacco di domande. Io volevo continuare il mio lavoro, ma il mio interlocutore non aveva nessuna intenzione di smettere. Ad un certo punto il tizio mi chiede interessato: Ma lu che mestier fàlo? Lo guardo, mi spolvero e dico: Mi? Son siòr. Il vicino borbotta un saluto e se ne va.

Un giorno ricevo una telefonata dall'associazione dei donatori di midollo osseo alla quale sono iscritto. Una signorina mi spiega che stavano organizzando una serata di beneficienza e mi proponeva di acquistare un biglietto per il teatro. Era garbatamente insistente. Non sapendo come liberarmi senza essere maleducato, dico: Vede signorina. Io sono povero. Posso darvi solo il midollo osseo. Soldi non ne ho.

Mi ha salutato con deferenza comprensiva.

 

 

(6) Le interpretazioni dei professionisti della cultura.

Solitamente si sostiene che bisogna rispondere al materialismo, all'economicismo, all'egoismo socialmente diffusi con il "recupero dei valori", con il rilancio della solidarietà. Questa operazione di didattica sociale è destinata al fallimento, perché, se va bene, convince solo i predicatori. I valori o sono condivisi o devono poter essere imposti. E' inutile predicarli. Al posto dei valori, credo che dobbiamo accontentarci molto più parsimoniosamente e modestamente di banalissimi luoghi comuni.

Dobbiamo lavorare su quello che ci troviamo sotto mano. Anche perché la scelta dei luoghi comuni non dipende dai nostri gusti estetici, ma dal fatto che vadano a genio al numero più grande di persone con le quali abbiamo interesse a ragionare. Sono comuni se anche gli altri accettano di starci dentro.

Prendiamo la vicenda di Pietro Maso. Appena la stampa diffonde la notizia dei fatti efferati esplodono le interpretazioni psicologiche, psichiatriche e sociologiche. La tempestività da rotocalco con cui sono usciti i giudizi complessivi sul povero Pietro e sulla nostra regione denota che i giudici nostrani non hanno avuto bisogno di riflettere, avevano già bell'e pronto l'arsenale accusatorio e aspettavano solo il pretesto di cronaca per dispiegare la loro condanna complessiva: Pietro Maso come cartina di tornasole del degrado culturale di una regione troppo ricca di soldi e troppo povera di cultura.

In questo caso ho il sospetto che ci troviamo di fronte soprattutto ad una rivendicazione professionale da parte di alcune categorie che usano tutte le occasioni che si offrono come pretesto per affermare se stesse e la propria importanza sociale. E' poco meno di una vertenza sindacale per contrattare prestigio televisivo, importanza sociale e soldi. Ma gli psicologi, gli psichiatri, i sociologi colti e attrezzati analiticamente cosa hanno fatto prima. Dov'erano? In Toscana o nelle Marche. Perché se il Veneto è povero di cultura, e loro sono veneti, o non erano colti, o la loro è una povera cultura.

Guai a farsi prendere dalla polemica ribattendo al Pietro Maso che ti agitano sotto il naso, con la nonna Amelia e i suoi bambini ruandesi, con i missionari veneti periodicamente massacrati nel mondo, con le centinaia di spedizioni di soccorso organizzate dal volontariato regionale per la Serbia o l'Albania, con gli ospedali e le scuole costruite dalle nostre parrocchie in Africa o in Brasile, con i centri di accoglienza e con il volontariato che si dispiega in mille maniere nelle nostre parrocchie e nei nostri quartieri. Rispondere a un esempio con altri esempi non porta da nessuna parte, se non a confermare i rispettivi pregiudizi e a ribadire la spaccatura. Noi abbiamo invece bisogno di pregiudizi comuni. Per questo non possiamo impantanarci negli esempi concreti, ma ci troviamo nella necessità di operare una dose opportuna di astrazione.

Da qualche tempo tormento i miei occasionali commensali chiedendo loro se si rendono conto di vivere in una delle provincie più ricche del mondo. La risposta più comune è no. Il Veneto non ostenta la ricchezza. Gli unici ad assentire vigorosamente con le statistiche sono i "foresti" che, passando casualmente dalla nostra regione, non si sono più mossi e che ormai sono dei nostri. Questi veneti acquisiti non solo si rendono conto di trovarsi in un paese ricco, ma, aggiungono non richiesti, anche socialmente impagabile. Nelle loro parole trovo immancabilmente una descrizione così positiva della nostra regione che, provenendo da persone distaccate per radici, mi lascia sempre perplesso. Sotto il mio stupore deve esserci un insegnamento. Siamo abituati a un giudizio al ribasso trinciato dagli ideologi nostrani, che pur mangiando fra di noi hanno passato una vita con la testa in piazza Duomo o in via Condotti, che facciamo fatica a digerire i giudizi positivi.

 

(7) Tre categorie.

I soldi come luogo comune in cui l'intera società veneta più o meno si riconosce sono un dato prezioso culturalmente. Potrebbero non esserci neppure questi.

Carlo Maria Cipolla in un suo saggio fondamentale sulla stupidità distingue tre categorie di persone: gli intelligenti, i malfattori e gli stupidi. Premesso che questi ultimi sono l'infinita maggioranza, molti di più di quanto gli intelligenti normalmente credono, passa a definire le tre categorie. L'intelligente è colui che persegue il proprio interesse facendo anche quello degli altri. Il malfattore è quello che fa il proprio interesse a danno degli altri. Lo stupido è colui che fa il danno degli altri senza ricavarne alcun vantaggio personale. Il dato più importante che si ottiene da questa sistemazione folgorante è che l'intelligente e il criminale sono prevedibili, e quindi razionali o per lo meno ragionevoli. Il minimo comun denominatore fra gli intelligenti e i criminali è che se una cosa non torna a loro vantaggio non la fanno. Non è poco. Gli stupidi sono invece assolutamente imprevedibili. Agiscono gratuitamente come gli eroi e i santi. Più che essere irrazionali, non offrono nessun appiglio per afferrare ragionevolmente il loro operato.

Alla ricerca dei luoghi comuni residuali, dobbiamo ficcarci in testa che non possiamo fare gli schifiltosi. Per cui se ad unificare il comportamento di Pietro Maso e quello degli operai e dei padroni delle mille fabbrichette del nostro territorio sono i soldi, è su questo che dobbiamo riflettere. Gli uni producono merci incredibili, l'altro incredibilmente ammazza i genitori. Ma l'obiettivo è lo stesso: i soldi, nei quali tutti quanti identificano il loro "vantaggio". Anche se ci fa schifo, con Pietro Maso abbiamo un luogo comune da spartire.

Quelli che continueranno a sfuggirci sono quegli imbecilli che non hanno niente di meglio da fare che buttare sassi dai ponti sulle autostrade. Ma i coglioni non hanno patria. Certo i primi a compiere questo gesto criminalmente idiota sono stati dei giovani veronesi. Ma il primato è durato una settimana, poiché i nostri cretini hanno velocemente trovato pronti e fedeli imitatori in tutte le regioni, ricche e povere, non seguendo statistiche produttive, ma semplicemente approfittando dell'opportunità di un cavalcavia su un'autostrada. La ricchezza della nostra regione non pare che, almeno in questo caso, possa essere messa sotto accusa. Riflettere su questi imbecilli non ci può portare da nessuna parte. Ci conviene lasciarli agli psicologici, agli psichiatri e ai sociologi come ulteriore spunto per confermare la loro professionalità e il loro inutile pregiudizio sulla nostra regione.

 

 

 

(9) Senza cultura?

Ma guardateli i nostri giovani, che dal lunedì al venerdì si spaccano la schiena sulle manovie, manovrando ruspe e guidando bilici mostruosi, che parlano di macchinari, di attrezzi, di problemi, di merci con una precisione linguistica che fa paura. Rispondono al cellulare in termini precisi e sbrigativi. I colti guardano con sussiego a questo attrezzo vedendovi solo uno status simbol miserabile. I nostri giovani, i nostri artigiani, i nostri contadini hanno afferrato immediatamente la portata di questa grandissima invenzione che rendendo onnipresenti i contatti azzera le difficoltà organizzative e snellisce il lavoro. E cosa vogliamo fare nel nome della cultura? Bloccare loro la benna o la betoniera per interrogarli se i verbi passivi sono quelli che passano o quelli che non passano? Non c'è nulla che questa scuola o questa università possa insegnar loro. Dire che la nostra regione è ricca di soldi e povera di cultura, significa ammettere che la cultura oggi esistente sul mercato è inutile rispetto agli obiettivi primari che in questa fase storica i veneti si sono posti. E' una perdita di tempo sia dal punto di vista tecnico sia dal punto di vista culturale. Il Veneto è una regione povera di cultura o è invece la cultura regionale a essere miserabile, inutile e quindi giustamente senza acquirenti e senza mercato?

Anche a questo livello i pregiudizi antiveneti si manifestano in maniera stupefacente. Si sprecano le analisi nazionali sull'inadeguatezza e sull'arretratezza della scuola rispetto ai bisogni della società e della produzione. A livello italiano è scontato che è la scuola ad essere inadeguata alla società. Le ultime vicende giudiziarie a proposito dei concorsi universitari hanno definitivamente chiarito quello che tutti sapevamo a proposito del modo in cui vengono selezionati i nostri luminari accademici. E noi dovremmo accettare come cultura da bere ghiottamente la produzione miserabile di questo ceto intellettuale selezionato in base al rigidissimo criterio della prevalenza del cretino? I professionisti della cultura sono coloro che producono pensieri per dar da mangiare biscotti e caffelatte ai figli. Possiamo essere sindacalmente conniventi con questi strani occupati. Ma niente di più.

Le scuole universitarie sono mafie di terzordine, camorre da pezzenti che operano in interstizi sociali di cui tutti si disinteressano allegramente. Ogni barone, in tutta la sua prosopopea, finisce di fatto per controllare tre posti di lavoro e cinque borse di studio. Tutto qua.

Un luminare padovano, il professor Ezio Riondato, ha avuto recentemente gli onori delle cronache per aver sostenuto che i concorsi universitari truccati fanno scandalo per quindici giorni. Basta quindi andare in vacanza le due settimane successive all'evento. Quando si ritornerà tutto si sarà acquietato, l'imbecille raccomandato sarà ormai serenamente insediato al suo posto per il resto della vita e a tempo debito potrà a sua volta raccomandare un altro più cretino di lui. Il signor Ezio Riondato che pensa in questa bella maniera è da quasi mezzo secolo che viene pagato dallo Stato per studiare e insegnare Filosofia morale all'Università di Padova. O non ha studiato o non ci intendiamo su quello che dovrebbero essere la filosofia e la morale.

Eppure si continua a menarla sostenendo che il Veneto è arretrato rispetto alla "cultura". Gli italiani sono stupefatti che "anche" noi, "perfino" noi veneti, osiamo rifiutare questo pasticcio di chiacchiere inutili prodotto da povera gente che ciabatta intellettualmente a pagamento nelle nostre scuole. I veneti a pagamento fanno i bidè dove i colti e i dotti possono sciacquare le loro convinzioni di filosofia e di morale.

La cultura è un bene troppo alto per pensare che possa essere prodotto da personaggi "toccanti soldo": non è uno qualunque dei cento servizi che vengono offerti sul mercato da una categoria specializzata di professionisti. La cultura è quello che si pensa dopo essersi procurati i soldi necessari alla vita. Fare cultura e fare soldi sono due cose talmente assorbenti che non si possono fare assieme. I libri che ci servono sono quelli che contengono idee che possono essere utilmente meditate da chi avendo sgobbato dieci ore, e avendo espletato i propri doveri coniugali, ha ancora voglia di sfogliare tre paginette prima di chiudere gli occhi.

 

(8) La rendita e la cultura.

A chi veementemente profetizza che non si può essere ricchi e ignoranti per più di una generazione, verrebbe da rispondere: oggi facciamo i soldi, se volete cultura tornate fra trent'anni a parlare con nostro nipote.

Cerchiamo invece di dialogare riflettendo.

C'è un broccardo veneto che recita: Toni l'ha fato i schéi, el sior Toni e l'ha mucià, el conte Toni el se l'ha magnà.

Il conte Toni è normalmente più colto di suo nonno. Il problema di fondo da capire è che i soldi non si fanno con la cultura. Si fanno tagliando marmo, facendo scarpe, vino, vestiti, salami, mobili falsi in stile d'epoca, tortellini, piastrelle, tabacco, termosifoni, Biancaneve e i sette nani di gesso. Ho sempre trovato affascinante fra tutti gli insegnamenti della Santa Madre Chiesa, che la Pozzi che fabbricava water e bidè fosse a maggioranza azionaria vaticana. Il bidè non è Heidegger. All'essere e al tempo ci penserà il conte Toni mentre nell'alcova di una ballerina si starà sputtanando i soldi accumulati dal nonno Toni con le pezze al culo.

L'idea che non bastassero i soldi, ma che i soldi dovessero essere stagionati per contare è classica. La convinzione che la cultura appartenesse ai ricchi di famiglia è sempre stata considerata un'ovvietà. Verso la metà del 1700 il veronese Biancolini comincia a pubblicare la sua monumentale opera Notizie storiche delle chiese di Verona. L'autore è un negoziante borghese senza una goccia di sangue blu. La cultura cittadina tutta in pugno alla nobiltà e il suo capintesta il marchese Scipione Maffei attaccano duramente l'ambizione di questo vile meccanico affermando che "solo ai nobili deve essere concesso il diritto di dedicarsi alla storia patria, dal momento che solo essi possono aver fede e discrezione e prudenza, dirò anche animo grande, libertà per dettare la storia senz'odio e senz'amor di persone".

Cinquant'anni più tardi ad Aselogna, un gruppetto di casupole sperduto sui bordi delle Valli Grandi Veronesi in quel di Cerea, viveva un contadino che si chiamava Isidoro Orlandi. Era un poveraccio che tirava la vita coi denti come ogni altro abitante del contado. Però, studiando in canonica e leggendo furiosamente, andando ad arare "col Plutarco suo sotto l'ascella", si era fatta una cultura ed era invasato dal demone della poesia. Produce versi bellissimi. Scrive ad esempio una poesia intitolata A Silvia un decennio prima di Leopardi. Prima di pubblicare le sue cose le sottopone umilmente per un giudizio al vate riconosciuto della poesia veronese del tempo, al marchese Ippolito Pindemonte. Il nobile legge con degnazione i versi del contadino e gli risponde: veda, buon uomo, "la poesia è cosa da ricchi, o per lo meno da benestanti". Però se proprio non vuol passare le serate all'osteria assieme ai suoi pari, e preferisce dedicarsi a questo bizzarro diletto, faccia pure. E gli manda alcuni zecchini.

I nobili, cioè i veri ricchi consolidati, attrezzati culturalmente a vivere nella ricchezza educavano i propri figli alla cultura, al collezionismo, all'archeologia, alla poesia perché avessero qualcosa con cui riempire l'ozio concesso loro dalla nascita. Fino all'Ottocento esiste un'unica situazione economica stimata socialmente desiderabile: quella del proprietario terriero con beni sufficienti da concedergli la lieta sorte di vivere di rendita. Nessuna professione, per quanto nobile ed elevata, possiede neanche lontanamente un paragonabile livello di appetibilità. Non esistono ancora pudori produttivistici a stabilire strane e artificiose gerarchie.

Gli stessi trattati di economia politica trovano nobilmente essenziale la funzione sociale della forma più parassitaria di rendita: la pensione sine cura. Ad affermarlo è, ad esempio, il conte Giovanni Scopoli, nel suo lavoro Dell'economia politica, libri due. A proposito della rendita parassitaria afferma: "Ma cosa produce colui, che gode d'una pensione sine cura? Produce invidia in chi non ha quella pensione, e l'invido cerca di averla con servigi resi allo Stato" (1).

La condizione di redditiere parassitario o di "pensionista" dello Stato è considerata l'unica dimensione economica "invidiabile", perché atta a garantire le precondizioni di quell'ozio pensoso che rende veramente umana l'esistenza. La nobiltà del lavoro e la dignità di un'esistenza tutta dedita alla professione sono marchingegni ideologici ancora da elaborare e da divulgare. Anche chi si è rassegnato a divenir professionista per necessità, se una sorte benigna glielo concede, abbandona ufficio e mestiere e vola immediatamente, scopertamente e senza pudori a campare di rendita. L'ex-giudice veronese Gaetano Pinali, che ha con sollievo abbandonato la professione forense gettando allegramente la toga alle ortiche, si descrive compiaciuto quale "Fuggitivo dalle Truppe di Temide, onde a mio talento nudrirmi d'ozio, non di quello che beatas perdidit urbes (che portò alla rovina le città beate, n.d.r.), ma sì di quel far nulla per dovere, che abbellisce la vita" (2).

Sillabatelo lentamente: "quel far nulla per dovere, che abbellisce la vita".

 

(9) Perdono valore il ruolo produttivo, il mestiere e le dinastie imprenditoriali.

La rendita parassitaria è in assoluto la forma più comoda di percezione di un reddito. E' l'obiettivo: è la precondizione di quell'ozio che apre spazi anche per la vera cultura. Questa condizione non risolve i problemi, ma è l'unica nella quale possiamo porci i problemi autentici dell'esistenza.

La rendita è così importante, così appetita non solo individualmente, ma anche socialmente che è il vero obiettivo di tutte le rivoluzioni. La rivoluzione francese, l'unica rivoluzione moderna di cui disponiamo, è stata compiuta contro la rendita nobiliare e la manomorta ecclesiastica. La ricchezza feudale è stata strappata violentemente ai nobili, ai preti e ai frati e trasformata in capitale di rischio in mano alla borghesia.

La miserabile transizione che ci ha condotto alla seconda repubblica ha fatto un unico gesto autenticamente rivoluzionario: ha messo in discussione un cospicuo frammento di rendita sociale: le pensioni. Una parte rilevante del debito dello Stato accumulato dal malgoverno e dal latrocinio della classe dirigente è stato semplicemente cancellato, sollevando i ricchi e gli arricchiti dal dovere di onorarlo. Partiti popolari e sindacati si sono fatti carico ideologicamente del problema e si sono dimostrati comprensivi nei confronti di quanti hanno deciso di caricare il costo economico dell'operazione sulle spalle dei segmenti popolari più gracili, strappando ai deboli anche le loro miserabili certezze sanitarie e pensionistiche. La cosa stupefacente è la placidità sociale con la quale è stata accolta la minaccia di questa rapina di massa nel nostro paese. Lo stesso problema sta portando in piazza la Francia e il Belgio e sta rimettendo al potere i comunisti nell'Europa dell'est.

Chi non ha la fortuna di godere comodamente di una rendita è costretto a lavorare. Sul fronte del lavoro è successo qualcosa di sconvolgente negli ultimi decenni. Un tempo fare un mestiere significava anche assumere un ruolo sociale. La differenza fra operaio e impiegato era radicale. Non tanto dal punto di vista della busta paga, quando dallo status garantito dalla qualifica. Si preferiva essere impiegati anche prendendo uno stipendio inferiore agli operai, perché i vantaggi aggiuntivi e non monetari della qualifica compensavano largamente lo scarto salariale. Si preferiva essere padroncini anziché lavoratori dipendenti, perché alla maggiore responsabilità corrispondeva maggiore libertà e una più elevata considerazione sociale. Oggi queste differenze non monetarie sono semplicemente scomparse.

Da un canto l'innovazione tecnologica e l'organizzazione del lavoro rivoluzionata, dall'altro una maggior scolarità, una maggior cultura indipendente dalla scuola, una maggior considerazione di sé a prescindere dal ruolo giocato nella produzione, hanno fatto saltare radicalmente i divari che si erano incrostati attorno alla condizione assunta nell'organizzazione produttiva. Oggi si giudica laicamente un posto di lavoro dai costi e dai vantaggi. Su un piatto della bilancia stanno il tempo, la fatica, i rischi e gli investimenti necessari, sull'altro i soldi che butta: punto. Assistiamo a una mobilità fra i ruoli un tempo impensabile: operai divengono impiegati e viceversa. Anche perché i ruoli sono infinitamente più sfumati e la cultura di base (checché ne dicano i brontoloni moralisti) è molto più omogenea e più elevata. Fino a poco tempo fa c'era una differenza abissale, di ceto e di status fra chi adoperava la penna e chi adoperava la chiave inglese. Oggi chi usa un computer in produzione, con un adattamento minimo, riesce a usarlo anche nell'ufficio tecnico. Non desta più sorpresa il fatto che degli operai si mettano in proprio o che dei padroncini, tirate le somme, facciano marcia indietro e scelgano serenamente di fare i dipendenti.

Essere fabbro fino a trent'anni fa, non significava solo un certo reddito, ma anche avere certe mani, un certo tipo di calli, un certo vestito, una certa pelle bruciata dal fuoco. A cui bisogna forse aggiungere anche un certo orgoglio di mestiere. Tutto questo è finito. Chi si lega a un prodotto e a un'abilità rischia pericolosamente di trovarsi fuori mercato o, come si dice, manca di flessibilità.

Si è quindi diffusa un'assoluta, totale indifferenza rispetto al prodotto. Una certa merce non conta se non come pretesto transitorio per produrre e vendere: per far soldi. I nostri artigiani, padroni e padroncini hanno sviluppato una sempre maggior capacità di spostarsi laicamente da un prodotto a un altro. Sono finite le dinastie imprenditoriali legate come a un blasone d'onore a un settore merceologico. Sono tramontati i padroni delle ferriere, le grandi famiglie tessili, gli imperi dinastici fondati sulla carta, sul legno, sul vino. Acquista sempre più prevalenza strategica anche nelle scelte produttive contingenti l'aspetto astrattamente finanziario. Le differenziazioni produttive praticate dai gruppi medio-grandi hanno lo scopo di non giocare tutto su una sola carta, di tenere aperto sul mercato il ventaglio più ampio di opzioni da incrementare o da restringere a seconda delle opportunità e della domanda.

 

 

(10) Salario e profitto.

Il profitto imprenditoriale è la ricompensa del capitale di rischio.

Prendiamo sul serio le parole. Chi imprende rischia, come chi punta sul tavolo da gioco. Non per nulla si dice "giocare in borsa". Sembra essere l'incertezza del risultato a legittimare socialmente il reddito ricavato. Tutta la storia umana può essere letta come il tentativo di espellere dalla vita il rischio di carestie, epidemie, terremoti, incendi, incidenti, malattie e vecchiaia. Di assicurarsi. L'attività produttiva in una condizione di concorrenza è l'unico settore nel quale la società moderna accetta che sopravviva quella condizione di incertezza e precarietà che ha caratterizzato la vita umana dall'alba dei tempi.

Anche la storia del movimento operaio potrebbe essere riscritta come la storia di un sentimento: quello della previdenza. A costruirla concorrono sia i padroni che i lavoratori.

Il tema è complesso e chiedo scusa per la velocità.

Il modo di produrre industriale moderno ha bisogno di una manodopera dai comportamenti prevedibili. Costruirsi questa classe è stato il compito didattico più difficile affrontato dalla borghesia industriale ottocentesca. Di fronte a dei lazzaroni che lavoravano solo quando la fame li obbligava, che festeggiavano implacabilmente il santo lunedì, perché il sabato prendevano lo stipendio, la domenica si ubriacavano e il lunedì lo passavano a letto a smaltire la sbronza, i padroni dovevano costruirsi dei lavoratori che fossero puntualmente in fabbrica sei giorni alla settimana.

Per rendere prevedibile il comportamento degli operai il modo migliore è coltivare dentro di essi la previdenza, che è l'altra faccia della medaglia della prevedibilità. Chi è previdente è prevedibile.

Ora chi deve rispondere solo a se stesso può correre dei rischi, delle avventure, può giocarsi tutto in un'impresa. Chi ha una famiglia da mantenere diviene più cauto. Non si può scherzare sulla testa dei figli. Per questo gli operai sono stati curiosamente chiamati proletari. Se un essere umano non aveva prole difficilmente si piegava alla poco appetibile condizione operaia. Non è che tutti gli operai avessero prole: ma chi aveva prole era più facile che divenisse operaio.

La previdenza è stato un sentimento così forte da avere dato origine nel tempo a istituzioni ciclopiche come l'INPS. In un secolo e mezzo di lotte le organizzazioni sindacali e politiche dei lavoratori hanno costruito una corazza previdenziale per tutelare i propri associati contro i rischi degli infortuni, della malattia e della vecchiaia. E' questo guscio protettivo della chiocciola operaia che è stato intaccato dagli ultimi provvedimenti. I nostri governanti, per risanare il bilancio disastrato dello Stato, non trovano di meglio che prepararsi a mangiare il patrimonio del povero. Curare gli ammalati e mantenere i vecchi viene giudicato un costo eccessivo, una situazione di rendita insostenibile.

Abbiamo pagato quello che ci è stato imposto, ma a questo punto che nessuno ci chieda di fare sconti a qualcun altro.

 

(11) La rendita camuffata.

Poiché riteniamo che la rendita sia il traguardo più ambito, proprio perché la consideriamo la situazione economica più invidiabile, non possiamo concedere che qualcuno se ne appropri indebitamente.

Esistono forme di rendita camuffate da attività produttive: sono quelle forme di monopolio della produzione di merci o servizi protette dalla legislazione. Dove non c'è concorrenza assoluta, c'è monopolio. Dove esistono restrizioni e vincoli alla produzione, quando per esercitare un'attività diviene necessaria l'iscrizione ad un albo professionale o ad un registro chiuso, quando con qualche artificio legale si restringe la concorrenza, siamo di fronte ad una rendita (3).

Tutti coloro che non sono riusciti a fare il comunismo o il socialismo perché non provano ad applicare radicalmente il liberismo? Ci pensino pure, ma è bene che si spiccino. Sarà opportuno muoversi perché nell'attuale situazione siamo incastrati. L'unica speranza di reazione risiede nel radicalismo. Gli operai e i padroni che si guadagnano la vita sgobbando, portano la loro tensione e la loro energia in politica dove si scontrano con un muro di gomma moderato innalzato da una massa statica di appagati.

E' bene intuire velocemente quanta ferocia brilli nell'occhio mite del moderato. La moderazione sta diventando una bandiera che copre i gretti interessi dei soddisfatti, di quelli che semplicemente sono arrivati prima. Nella corsa politica verso il centro c'è uno sfoggio rivoltante di mitezza. Proviamo ad applicare la moderazione alle idee: io voglio la pace, moderatamente; voglio anche la giustizia sociale, moderatamente. E' una presa in giro che non si capisce bene come faccia a funzionare, se non come spot pubblicitario in cui non conta ciò che si dice, ma il fatto che venga ripetuto fino alla nausea. Provate a fare una dichiarazione d'amore dicendo: io ti amo, moderatamente. Roba da farsi sputare negli occhi.

Visto che il sindacato non è riuscito a non far toccare le pensioni perché convinto delle virtù del produttivismo, che almeno estenda l'identica azione nei confronti di ogni altra forma di rendita e predichi la libera concorrenza in ogni anfratto sociale. Prendiamo un esempio semplice. Un operaio metalmeccanico viene licenziato perchè il suo padrone in base alle leggi di mercato ha deciso di contrarre la produzione. Trovandosi a spasso questo signore vorrebbe aprire una pizzeria. Sceglie il posto, paga l'affitto del locale, lo attrezza, un'ispezione pubblica accerta che vengano rispettate le norme igieniche, comincia ad infornare pizze e a pagare le tasse. A decidere del suo successo nel nuovo mestiere sarà solo la clientela. Se offre delle pizze decorose a un prezzo decente allargherà i suoi affari, se sfornerà delle schifezze chiuderà: si chiama mercato. Ma pur vivendo in un paese capitalista e liberista il nostro ex-metalmeccanico disoccupato non può indossare il berretto da pizzaiolo se non ha la licenza comunale. Vorrei che qualcuno sottoscrivesse l'affermazione che questo signore è stato licenziato in rispetto alle leggi di mercato e non può aprire una pizzeria per lo stesso motivo. Questa non è legge di mercato: è un mercato della legge.

Qualcuno deve spiegarmi perché se voglio mettere in piedi un'azienda metalmeccanica con cento dipendenti non devo chiedere licenza, mentre devo implorarla o meglio comprarla se voglio aprire un negozio di frutta e verdura a conduzione famigliare. Fabbricare bulloni, fondere ghisa, costruire macchine utensili richiede meno intelligenza, è un lavoro socialmente meno impegnativo e rilevante che vendere cavoli? E perché la vendita della rucola è normativamente così protetta? Non vi sembra per lo meno curioso?

Tutti i vincoli che non dipendono dal prezzo e dalla qualità vanno abbattuti. Sono picchetti inventati artificiosamente da chi, avendo avuto l'unica astuzia di arrivare prima, vuole conservarsi una riserva di caccia. E' una battaglia difficilissima, ma obbligatoria. Semplicemente non siamo più in grado di pagare i costi della situazione che si è venuta costruendo.

 

(12) Un'ipotesi: la terza causa dell'inflazione.

E' da decenni che operai e padroni si scambiano reciprocamente l'accusa di essere gli elementi scatenanti dell'inflazione nel nostro paese. Questi vengono accusati di aumentare i prezzi, quelli di gonfiare i salari. Succede regolarmente che il segretario dell'organizzazione momentaneamente sotto processo si presenti in video con i dati forniti dal rispettivo centro studi, e che smentisca categoricamente con fior di argomenti l'accusa che gli è rivolta. E mentre dimostra che gli aumenti dei prezzi o dei salari che gli vengono contestati sono immancabilmente al di sotto della media europea, l'inflazione continua implacabilmente ad aumentare più della media europea.

E se avessero veramente ragione entrambi? E se padroni e operai stessero baruffando idiotamente da decenni sotto l'occhio sornione delle cento corporazioni che campano di rendita, prelevando il loro indiscusso balzello, succhiando il grasso che cola da questi due polli che si scannano.

Vittorio Foa ha affermato in un'intervista che forse le rendite da professione sono la causa fondamentale dell'inflazione nel nostro paese. Se per costruire una casa, per compiere una transazione commerciale, per fare un atto di compravendita, per pagare le tasse, per acquistare una macchina usata, per cambiare una caldaia, per gestire una società, per ottenere giustizia, se insomma per vivere civilmente noi italiani fossimo costretti per legge a pagare un ceto di professionisti parassitari più di quello che fanno i nostri concorrenti europei, non avremmo trovato una causa dell'inflazione che non dipende da padroni o da operai?

E se tutta la difficoltà del nostro paese a entrare in Europa non fossero dipese dalla particolare ingordigia degli operai e degli imprenditori italici, ma semplicemente dal fatto che queste due classi produttive per sbadataggine hanno accettato di mantenere i propri professionisti a livelli economici che gli altri paesi europei neppure si sognano? Padroni e operai italiani devono capire che non ce la faranno mai a rispettare i vincoli europei se non rinunceranno al lusso idiota di garantire l'opulenza ai propri professionisti. Abbiamo accettato compostamente di ridurre la pensione ai nostri vecchi e di non curare i nostri ammalati. Non basta. E se provassimo a rinunciare anche alla Mercedes del nostro commercialista, e alla Testa Rossa del nostro architetto? E' un ulteriore sacrificio che dobbiamo accollarci e che forse, tutti assieme e con un po' di buona volontà, possiamo sopportare. Se i padroni ci danno una mano questa volta potremmo farcela.

Per fare un contratto operai e padroni lottano per mesi, con scioperi, serrate, trattative notturne, manifestazioni, cariche della polizia e interventi del governo finché raggiungono un accordo che scontentando equamente tutti i protagonisti, risulta sopportabile da entrambe le parti. Si chiama lotta di classe: una variante del libero mercato.

I professionisti sfuggono a questa regola. Loro sono moderati e composti. Avete mai visto un notaio scendere in piazza? Parlano con i loro esponenti parlamentari e si fanno fare la legge di loro gradimento che viene imposta dallo Stato. Punto. Se la sono detta e se la sono fatta. E il resto della società paga.

I partiti non servono per questa battaglia. Mentre operai e padroni devono sgobbare per campare, i professionisti, con tanti soldi e molto tempo libero, hanno occupato di fatto tutte le strutture dirigenti di tutti i partiti. C'è un motivo aggiuntivo che li spinge obbligatoriamente a occuparsi di politica. Un operaio e un padrone possono lavorare per una vita senza dare un'occhiata alla Gazzetta Ufficiale. I professionista, i tecnici iscritti in un registro, i detentori di una licenza commerciale sanno che la protezione di cui godono dipende unicamente dalla copertura legislativa. Devono quindi avere un ampio stuolo di rappresentanti in Parlamento, che vi arrivano attraverso i partiti. Per operai e padroni la politica vuol dire ideali, per i professionisti è sinonimo di soldi. L'investimento è evidentemente diverso.

Così ogni raggruppamento, nazionalmente e localmente, offre sul mercato della politica un suo ceto dirigente inevitabilmente farcito di professionisti. Con l'allucinante quotazione raggiunta dai tecnici in quest'ultima fase della nostra storia il numero di questi signori è ulteriormente aumentato. Sotto i vari colori politici esiste un gruppo sociale, che omogeneo e in accordo totale per quanto riguarda la tutela dei propri interessi, si veste con le magliette delle diverse squadre per condurre questa finta partita che noi scambiamo per democrazia. Possiamo votare a destra o a sinistra: comunque vada, vincono sempre loro.

E sono ormai egemoni culturalmente. Tutta la colpa del fallimento della prima repubblica è stata rovesciata sulle teste di turco politiche più esposte. Alle loro spalle le truppe affamate e arricchite dei professionisti che hanno tenuto solido bordone per decenni al latrocinio si sono squagliate e si sono ripresentate come vergini sul mercato. Sacrificati i loro capintesta politici, i loro Craxi, oggi si presentano in proprio sulla scena mascherandosi da tecnici. Ma sono sempre loro, ben vestiti, garbati, miti, colti, moderati, preparati e affamati più che mai.

 

 

(13) Una proposta economicista e corporativa.

Quella che proponiamo è una battaglia tutta economica, senza inflessioni politiche, liberista allo spasimo, che deve trovare operativamente d'accordo le confederazioni dei lavoratori e le associazioni padronali. Non ha controindicazioni ideologiche e possiede solidissimi obiettivi economici.

Abbiamo di fronte un ginepraio intricatissimo impastato di mestieri, servizi e legislazione contro il quale, quando siamo costretti a servircene individualmente, siamo totalmente impotenti. Districarlo anche a colpi d'accetta è il primo compito.

Per questo è bene cominciare la battaglia studiando accuratamente il quadro completo dell'esercito nemico. Questa operazione può essere compiuta senza mobilitazioni nazionali, ma con una semplice ricerca regionale o, se proprio non si riesce, provinciale.

Bisogna costruire visivamente il reticolo complessivo delle attività tutelate legislativamente o amministrativamente, della loro rilevanza sociale e del loro potere economico. In primo luogo bisogna sapere quanti sono gli albi, gli ordini, i registri e gli elenchi professionali. Bisogna avere un quadro delle licenze commerciali. Bisogna poi ricavare un repertorio legislativo completo di tutte le norme che regolano queste attività. In terzo luogo bisogna sapere quanti sono i liberi professionisti, i tecnici e i commercianti interessati. In quarto luogo è bene avere un'idea dell'ammontare del reddito percepito da queste attività singolarmente e complessivamente.

Alla fine di questa prima fase avremo la dimensione del problema e forse riusciremo a formulare i primi obiettivi concreti e articolati di una vera e propria piattaforma di contrattazione. Le organizzazioni operaie e imprenditoriali devono costituirsi come controparte unitaria delle libere professioni, devono esigere di discutere tutte le leggi che le riguardano. Devono, per quanto è possibile, abolirle o ostacolarle; nel caso che non sia tatticamente opportuno, devono contrattarne tariffe e parcelle all'ultima lira. Alla guerra come alla guerra. Bisogna parlar di soldi a testa alta, come se fossero soldi. Anche perché è l'unica cosa che interessa ferocemente a questa strana controparte moderata. E, tutto sommato, anche a noi: almeno a noi veneti.

Non so se sia possibile trarre delle conclusioni riassuntive da questo bizzarro percorso. Ci eravamo proposti di parlare di soldi e di cultura: anzi di far cultura parlando di soldi. Non so se abbiamo appagato elevati afflati culturali tali da soddisfare le speculazioni di Filosofia Morale del professor Ezio Riondato. Ci pare però d'aver dimostrato che i soldi sono una cosa seria, e che i veneti che, con appassionato interesse da collezionisti, si prendono a cuore questo strano oggetto vadano presi seriamente.

 

NOTE

1. p. 114. Il Conte economista, allontanato dalla politica attiva per il suo passato napoleonico, è membro ordinario dell'Imperial Regio Istituto veneto, ed onorario della Società Italiana, Segretario perpetuo dell'Accademia d'Agricoltura Commercio ed Arti in Verona, già Consigliere di Stato legislativo e direttore generale della Pubblica Istruzione nel Regno d'Italia. Pubblica il suo trattato di economia nelle Memorie dell'Accademia d'Agricoltura, Commercio ed Arti di Verona, Vol. XXIV, Verona 1850.

2. GAETANO PINALI, Osservazioni Economico-Artistiche sopra Fabbriche, Strade, Riduzioni, Distruzioni di oggetti Pubblci e di Belle Arti, seguita in Verona dall'Anno 1805 sino al presenta Gennajo 1834,. Lette nella Conversazione Letteraria in Casa Orti in Verona, B.C.VR., Fondo MS., Ms. 2601, Cl. Arti, Ubic. 85.1.

3. Le osservazioni più lucide che ho letto a riguardo e che mi convincono totalmente sono nel capitolo XV° "Qualche pensiero con la cazzuola i mano" del libro di Gelmino Ottaviani Cipolle e libertà, Edizioni Lavoro, a cura della FIM di Verona, Roma 1994. Lo consiglio intensamente e interessatamente a tutti. Chi è anche larvatamente interessato al tema deve leggerlo.

 


Home PageChi siamoServizi PubblicazioniContratti Fondi PensionisticiLinkProgetto Goccia a Goccia